E’ arrivato finalmente il venerdì mattina tanto agognato.
Si parte per la bassa Toscana con i Crazy Boys: destinazione Castel d’Orcia.
Imboccata l’autostrada Milano-Venezia, il Ciccio (ribattezzato il Tom-Tom-Go del gruppo) assumendo l’aria di un augure mesopotamico (ne ha la barba e la stazza) vaticina una prima fermata all’autogrill Bauli di Sommacampagna.
La profezia si avvera alle 08.50 ed il rito della colazione “on the road” inizia alla cassa dell’area di servizio predestinata.
Il Baffo, collettore e pagatore designato, riassume alla cassiera svogliata le esigenze del gruppo con una banconota da 50 euri: cappuccino, brioches, caffè, giornali, biglietto della lotteria.
Sembra tutto a posto quando, trafelato ed ansimante, riemerge dalle scale della toilette il Ciccio che urla alla cassiera: “Per me un panino farcito speck e brie con una birra” e sussurra poi, intimidito dagli sguardi attoniti di una comitiva teutonica:”Ehm..si..ma..però…la birra....piccola”.
Sconcerto momentaneo del pagatore che, annuendo imbarazzato, invita la cassiera ad accelerare l’operazione contabile ponendole decisamente in mano la banconota.
Sigaretta veloce e poi si riparte.
Corroborati dalla colazione ci immettiamo decisamente sulla Brennero-Modena.
Il traffico è intenso.
Furgoni, autotreni ed autoarticolati sfilano sulla nostra destra mortificati dalla nostra velocità.
Li superiamo tutti con quell‘aria irriverente e compiaciuta di chi dall’alto osserva gli altri al lavoro.
Quello stesso lavoro che, ora noi (e purtroppo per poco), stiamo lasciandoci alle spalle.
Le ruote rullano morbide sulla strada nera godendosi, mordaci, l’asfalto rugoso.
Il cofano della Mercedes fagocita, bulimica, quella sostanza bituminosa come un mostro futurista (ngnam, glob, burp) ingurgiterebbe una tenia mitologica.
Il nostro Ercole meccanico, a bocca spalancata, incorpora quel nastro tratteggiato cercando di metabolizzarlo come fosse un enorme capello di Gorgone e quello, come un tentacolo disarticolato della nostra vita, si perde, ora rettilineo ora sinuoso, nello specchietto retrovisore del tempo.
Osserviamo in quel rettangolo argenteo l’affievolirsi della nostra gioventù, mai perduta né dimenticata, e ci si inumidisce il cuore.
Quella strada è come un infinito nastro di Boebius su cui le nostre esistenze corrono eccitate alla ricerca di nuove emozioni.
Le accompagnamo con allegre filastrocche cantate in sordina dal nostro cuore bambino e che il cielo ascolta ma percepisce solo come remote e vaghe nenie antiche.
Insieme all’autovettura, noi digeriamo volentieri quelle linee discontinue ed evanescenti che scorrono sotto di noi e si disperdono rapide, sempre più rapide, alle nostre spalle.
Ognuno, tranne il guidatore ovviamente, è assorto nella lettura del proprio giornale.
Il silenzio è interrotto da qualche sporadico commento sui fatti del giorno. Aleggiano borbottii più che affermazioni.
Il nostro autista, “Il Grigio da Barrichello”, con cipiglio da corridore della Mille Miglia, è impegnato a mantenere l’autovettura saldamente centrata sui binari immaginari tracciati dal guard-rail e la mezzeria della carreggiata: la mitica, ed agognata da tutti gli italiani, corsia di sorpasso!
La sua ossessione di pilota, tanto latino quanto mascalzone, è tenere sempre costante e rigida l’erezione dell’ago del tachimetro ad ore 13 (nella Mercedes i 150 sono colà posizionati!).
Di tanto in tanto il Grigio sbotta ed impreca contro il traffico (è fastidioso disinserire continuamente il Cruiser dopo aver pagato tanti soldi per una macchina “tetesca ya?”)
Il Ciccio approva (lui è sempre d’accordo quando si tratta di fare polemica!).
Il Capo annuisce (da ragione al Ciccio solo perché poi attende il momento opportuno per rinfacciargli la polemica) ed il Baffo conferma (quello, si sa, è sempre pronto a cogliere gli aspetti di una imminente rissa per esagerarne e deformarne i contenuti).
“Questi maledetti camions non hanno rispetto!” impreca il novello Fangio alla volta di alcuni di quei bestioni ansimanti sotto il peso delle derrate del nostro consumismo mentre azzardano sorpassi affannosi. Lenti come bradipi obesi, troppo lenti per noi che ora stiamo misurando le distanze in Parsec e la velocità in nanosecondi.
Talvolta la frenata è dolce e previdente, tal’altra è brusca e ruvida costringendo il nostro pilota ad uno snervante “in-culo-in-culo” con chi ci precede e che, ahinoi, ci rovina la media ed anche la lettura.
Il computer di bordo della Mercedes (modello “Got-Mit-Uns”) ci mortifica annunciandoci consumi da Formula 1 e tempi da maratoneti bolsi.
Noi passeggeri nicchiamo, ma il nostro “driver” soffre!
Lo percepiamo!!
Alla diciottesima frenata, tanto lubrica per lo sconcio avvicinamento al veicolo che precede quanto impudica per il continuo e prolungato “petting” di fari abbaglianti sul quelle terga possenti e meccaniche che ci precedono (l’erotismo di questa frase è causato anche dalla pubblicità impressa sul portellone di quel camion raffigurante il magnifico culo della Roberta di una nota casa produttrice di abbigliamento intimo che il Baffo preferisce feticisticamente chiamare “contenitori tessili di meravigliose volumetrie femminili”), il Ciccio ci annuncia: “Mi viene da vomitare!”.
Il pilota allenta la spinta. (Terribile quando sei teso in una simile perifrastica attiva!)
Magicamente e repentinamente, come un gurù del “salto della quaglia”, il Grigio da Barrichello abbandona l’erezione tachimetrica e rallenta preoccupato.
Per gli altri l’avvertimento cade nel vuoto dedicando al Ciccio solo uno sguardo distratto.
Ma il pilota, ora più preoccupato per la tappezzeria d’oltralpe che per il piazzamento, lo invita a servirsi eventualmente del sacchetto riposto nello schienale del sedile ed evitare dal distrarlo in questa fase delicata del Warm-Up.
Il resto del gruppo annuisce scambiandosi una triangolazione di sguardi (complice anche il solito specchietto retrovisore) e si reimmerge nella lettura.
Passiamo Campogalliano.
Eccoci ora sull’Autosole e dopo lo svincolo di Bologna intravediamo sulla destra gli Appennini (tanto cari mi furon questi eremi colli…prima della Variante di Valico).
Curve, viadotti, gallerie.
Paesaggi arditi, discese e risalite. (Sappiamo ma non ce lo diciamo per pudore che Battisti si è ispirato qui).
Il paesaggio mattutino degli Appennini è cangiante in questo settembre che si oppone strenuo all’autunno.
Ad ogni curva, nebbie di nuvole fatue si alternano a cieli pennellati di azzurro limpido. E tutti insieme i colori di questo panorama irridono, lasciandosele alle spalle, le umidità alabastre e cromaticamente monotòne della Padania.
Il sole gioca fra gli alberi e ci insegue birichino.
Ora abbagliandoci ora proiettando l’ombra mutevole del nostro mezzo sull’ asfalto che rapido continua a correre sotto di noi.
In un ancestrale gioco di bagliori luminosi ed anche temporali, fra un futuro che è già passato ed il passato che si ostina a non voler morire, quella luce gioca a rimpiattino con i nostri occhi riverberandosi nelle nostre anime, in questa anabasi appena cominciata.
A Prato Calenzano il Ciccio si ridesta ed accortosi di essere in un ingorgo che ci costringe ad una andatura a passo d’uomo ripete: “Mi viene da vomitare!”
La frase viene sottolineata dallo sciagurato (ma solo per velleità di protagonismo) con un falso rutto soffocato.
E mentre un borborigma, stavolta vero, si fa spazio fra i suoi lunghi intestini (credo si possano paragonare ai crini della Gorgone citata prima), risponde alla solita ed inopportuna chiamata sul cellulare.
Conoscendo il Ciccio, ma soprattutto la veracità dei suoi movimenti intestinali, per la terza volta vengono in via cautelativa (ma solo Iddio sa quanto provvidenziale), abbassati i finestrini per un salvifico ricambio d’aria dell’abitacolo. Sarebbe un errore fatale aspettare dal Ciccio la conferma di una sua emissione gassosa retroattiva (NDR: l’aggettivo “retroattivo” va letto in senso locativo e non temporale).
Lui è come il dittatore di PyongJang: prima fa gli esperimenti nucleari poi li annuncia al mondo (purtroppo parliamo per esperienza. Troppe volte siamo stati vittime delle sue radioattività copro-retro-produttive denunciate reiteratamente, ma senza esito, all’ EURATOM).
A Firenze Certosa lasciamo l’autostrada ed imbocchiamo la superstrada per Siena.
Ci immergiamo in un paesaggio tanto magico quanto diverso da quello che abbiamo visto fin’ora.
Intravediamo, fra le foreste di quercie ed i viadotti, le morbide colline toscane.
Masserie posizionate sui cocuzzoli di dolcissime curvature della terra le cui vie d’accesso sono indicate da solitari filari di cipressi disposti su quelle sommità come grandiose ciglia di occhi addormentati.
Il nostro Tom-Tom-Go (ora sono in dubbio se di seguito citarlo così o come Ciccio) consiglia una sosta a Monteriggioni .
Accettato! (Almeno sgranchiamo un po’ le gambe).
E’…incantevole!!!
Il Tom aveva come sempre ragione.
Ne valeva la pena.
Il borgo cintato da mura poco più vecchie dell’anno mille val bene una sosta. Tufo. Chiesa. Lastricato sconnesso e pagano (non vi è traccia di Cardo e Decumano, ma solo ordinata anarchia vetero-militar-ghibellina).
Il Tom-Ciccio dopo averci convinto (senza minimo sforzo) ad un robusto spuntino e dopo un generoso rosso, ci informa, ispirato, che anche Dante passò di qui e di questo paese ne citò la bellezza nel canto XIII dell’Inferno nella Divina Commedia.
Il gruppo annuisce e ringrazia per l’aulica reminiscenza, ma distrattamente a causa del passaggio di un interessante parco femminino yankee sulla piazza del borgo.
Ci accorgiamo della mortificazione inferta al fine dicitore Ciccio-Tom e prontamente lo rassicuriamo che le sue parole alate non sono cadute nel vuoto, ma anzi ci hanno inspirato meditazioni profonde sulla letteratura italiana specialmente sul Dolce Stil Novo.(Non abbiamo il coraggio di dirgli che anche il Sommo Poeta, al cospetto di tale processione ancillare, avrebbe sospeso la stesura della Divina Commedia, e buttato giù qualche decina di terzine a mo’ di Pietro L’Aretino)
Deluso ma caparbio, il Tom-Ciccio-Tom rincalza affermando che “c’è anche una targa, nella porta nord, che testimonia il passaggio di qui del Vate”.
Ma non riesce a finire la frase che si ritrova seduto al tavolo da solo col suo stilnovista cinto d’alloro.
Se non s’affretta, lui e il Dante, rimarranno soli e solo nella nostra memoria. I “compagni di merende” infatti sono già ripartiti alla volta dell’autovettura: è ora di riprendere il viaggio!
Saliamo in macchina e la nostra meta immediata ed immediabile è la ricerca di un ristorante.
Dopo aver nutrito lo spirito con cotanta cultura, pure il corpo necessita di ristoro o no?
Eccolo!! Sii… eccolo là!
E’ un’ elegante costruzione in mattoni rossi circondata da alberi secolari proprio lì ai piedi di Monteriggioni.
Il Baffo è perplesso. “E’ troppo sciccoso” dice. E strepita compostamente:”Qui ci pelano e ci lasciano in mutande.. come la Roberta!”.
In effetti all’apparenza il cascinale ristrutturato ha l’aria di un ristorante per VIPs: modello “Hotel Incontri Clandestini extra-moenia” ed “extra-luxury”.
Tutto ghiaia, ulivi e fastosità.
Infatti parcheggiate nell’area ci sono solo poche macchine e di lusso.
Azzardiamo. (“Si vive una volta sola!” urla il coro verso il Baffo).
Ci sediamo, sotto un mega gazebo, in un giardino dell’Eden composto da tappeti erbosi, piscina centrale, e mini appartamenti con le imposte chiuse, tutt’intorno ad un silenzio rurale ed umbratile di lecci e querce paraninfe (ed anche paracule).
Sembriamo 4 J.R (leggasi GeiAr) nel loro ranch dell’Arizona.
Il pranzo è frugale, meno costoso del previsto e, nel durante, alcuni appartamenti ai bordi della piscina, prendono vita.
Larve attempate e cellulitiche di turisti americani fuoriescono da quei dorati loculi guadagnando le frescure delle acque artificiali alla ricerca del ristoro di un sole settembrino tanto benevolo quanto esoso.
Tra un boccone ed un sorso di vino, le guardiamo idromassaggiarsi la flaccidia del loro benessere d’oltreoceano.
E mentre, maligni, ne ipotizziamo le nefaste ripercussioni sessuali sul loro sistema ghiandolare non avvezzo agli ozii italiani, ne osserviamo anche la solennità dei gesti: presaghi e preoccupati della nostra vecchiaia.
Una ritualità talmente minuziosa ed attenta ai particolari che ci fa dubitare dell’eticità e della salubrità del denaro che ne ha permesso questo godimento sotto il sole di questa toscana così patinata.
Desistiamo subito da altre ipotesi ed elucubrazioni nefande.
Ci fa schifo il retro-pensiero ed il pregiudizio, ma quella cicciona che si abluziona con tanto godimento nella piscina non ci ispira pensieri nobili anzi… direi un po’ pecorecci. Xenofobia? Senofobia? Sessofobia? Tanatofobia? Mah...di tutto un po’.
Alla fine del pranzo e di tante meditazioni (?) e di tante parole blasfeme rimbalzate a casaccio fra goliardia, orgoglio nazional-maschilista e filosofie ginecologiche, paghiamo la giusta mercede ai nostri osti e riprendiamo, come pellegrini di un laico giubileo, il cammino verso sud.
Rivediamo dai finestrini della macchina sfilare sotto i nostri occhi il progressivo diradarsi della vegetazione.
Ad ogni cambio di direzione, ad ogni dosso, le colline senesi riducono il loro lussureggiare.
I loro morbidi contorni, prima irsuti di boschi, ora degradano in curvilinee e variopinte ricrescite di erbe autunnali fino a diventare scandalosamente ma fantasticamente glabre.
Come virginei e pubici velli queste rifioriture autunnali delineano, in un succedersi continuo di gote ed avvallamenti, geometrie erotiche. Armonie di intersezioni immaginifiche e di pienezze che ricordano incommensurabili fattezze femminili.
Come un immenso corpo fatto da mille donne che solo il Padreterno può accarezzare.
Una confusione fantastica di seni, glutei e di venerei anfratti che solo una immensa mano può contenere. E che, come dice il Baffo, solo l’enorme fallo del dio Pan può fecondare.
(Il Baffo è insuperabile quando riduce secoli di metafisica e filosofia ad una pozzanghera di spermatozoi vibratili).
Un paesaggio maestoso, infinito ed irraggiungibile di cui noi, piccoli terricoli, siamo solo testimoni e non protagonisti.
Guardoni di una bellissima donna (la natura) che ci sfila d’avanti austera nel portamento e regale per discendenza, ci ammalia con le sinuosità del corpo nascoste da caleidoscopiche vesti vellutate.
Ora mostrandole ora celandole, le nudità di quei paesaggi armonici ubriacano i nostri occhi, impressionano la mente ed imprimono a fuoco sul nostro cuore quei disegni geometrici che gli aratri continuano da secoli a scavare su di esse.
Raggiungiamo infine il nostro agriturismo al chilometro 167 della vecchia Cassia.
(La principale strada romana studiata nelle sudate carte del liceo era ora sotto le nostre ruote. Giuro che ho sentito il rumore delle milioni di caligole delle legioni romane che marciavano ancora su quell’acciottolato coperto ora dall’asfalto).
Prendiamo possesso delle nostre camere e, poco dopo, ci “spaparanziamo” sulle sdraio in piscina.
Siamo soli.
Un sole tiepido ci ristora. Ammiriamo la campagna che ci circonda e quelle colline che dinnanzi a noi ci riempiono il respiro e ci abbagliano come un mare di infinite onde immobili e pietrificate.
Un silenzio assoluto ci avvolge. Irreale per l’assordante assenza di suoni.
Ogni tanto questa quiete è interrotta da un lontano e vivifico “ron-ron” di alcuni trattori che diligentemente arano quelli dossi, oramai privi di messi.
Pervicaci e meticolosi amanti delle profondità di Cerere, essi scavano ferite sulla pelle di lei.
Pettinata da quegli erpici gentili, la terra rivoltata si colora di gradienti sfumature “terra di siena”. All’orizzonte, proprio là dove ora il trattore solca il culmine della collina, la polvere della terra s’innalza.
Ne sfuma i contorni e ritorna, placida, a ricongiungersi con le zolle, ora pronte e rianimate, per il prossimo raccolto.
Una polvere avida d’acqua e di vita… come quella che s’accumula sulle nostre anime.
Tutto per un attimo si ferma.
Il rumore del trattore ora, oltre quel colle, si va sincopando e muore, tremulo, nel silenzio del vento che passa su di noi come un lungo respiro afono.
Tutto sembra senza tempo.
E noi come lui.
Dopo una doccia e un riassetto generale, si riparte.
S.Quirico d’Orcia ci aspetta fra le sue mura. E pure l’oste della miglior osteria locale (Il Tinaio) ci sta aspettando a braccia aperte, per saziarci l’appetito, il senno e la felicità di un’amicizia.
Accettiamo i consigli dell’abile cameriere.
Ci abbandoniamo, inermi e lussuriosi, a tutto ciò che la sua simpatia di toscano santo e bestemmiatore è capace di farci gustare.
Ci appaghiamo, desiderosi di cibi, di liquori e, soprattutto, delle nostre parole leggere che, sul finir della cena, cominciano a sgorgare sempre più sincere dal cuore e negligenti la mente.
Emuli (ma degeneri) baudelairiani, continuiamo a ricamare intorno a quel tavolo evanescenti fili di ragno che, sempre più imperlati di rugiadose ambrosie, si tessono e si ritessono fortificando quel bozzolo protettivo della nostra amicizia che galleggia e si ostina a combattere nel mare “magnum” della vita.
Come un salvifico Fiore del Male che resiste, causa la sua leggerezza, alla corrente centripeta del gorgo e che s’affonda verso l’eterno ed ineluttabile oblio.
Decidiamo che questa serata non può finire così.
Siamo soddisfatti?
Si!.
Ma c’è troppo da vedere e toccare e sentire e annusare e gustare. Il tempo è come quel gorgo, si stringe e s’involve: inesorabile.
Pienza ci chiama!
E noi, da sempre schiavi delle lusinghe di affascinanti signore, obbediamo alla passione e ci precipitiamo, incuranti della notte e delle fatiche del viaggio, fra le sue grazie.
Più che amore però per Pienza fu innamoramento.
Una sensazione forte, ma non interamente metabolizzata.
Nella tiepida serata in cui ella si era offerta nobile e “vaga di lusinghe”, ci siamo comportati da amanti frettolosi. Raffazzonando solamente una semplice toccata e fuga. E Pienza non ne è rimasta soddisfatta, lo sappiamo e ce ne dogliamo.
Ritorniamo esausti al casolare: la nostra magione di riposo notturno.
Sotto la frescura del gazebo, in compagnia dei grilli della notte, fumiamo la nostra ultima sigaretta sorseggiando una vernaccia di S.Gimignano.
Il nostro respiro, complice l’umidità di questa notte autunnale, si materializza intorno ad ogni parola che, avvolta da quel vapore, s’inviluppa, s’innalza e diventa un tutt’uno con le polveri siderali della Via Lattea e con quel cielo così nero che le stelle sembrano lì tutte pronte a caderti addosso.
L’alba del secondo giorno non è fausta.
Il Capo è vittima di una colica renale, tanto feroce quanto inaspettata ed inopportuna.
Nulla a che vedere con la sera precedente e con le libagioni a cui egli peraltro si era concesso con oculatezza e parsimonia.
No!
Quel calcolo maledetto aveva deciso di muoversi ed infierire proprio quella notte, forse invidioso della nostra avventura (credo che sia lo stesso bastardo che ci aveva tirato già uno scherzo simile nella campagna della Croazia).
Si parte in tromba alla volta di un ospedale. Il Ciccio, fogliando freneticamente la guida Michelin dei ristoranti (non meravigliatevi, egli è un augure mesopotamico e riesce a trovare tutto in quella guida. Anche il vostro numero di cellulare, se vuole!) sentenzia: “Dobbiamo portarlo a Siena!”.
Il Grigio da Barrichello ed il Baffo lo mandano subitamente “pe’ cicorie” (eufemismo romanesco per non dire di peggio) e, stoppato l’automezzo in prossimità di un bar che proprio a quell’ora stava aprendo i battenti, lo scaraventano fuori affinché si faccia indicare dal gestore il nosocomio più prossimo al nostro punto-nave.
Partenza alla Stasky & Hutch alla volta di Montepulciano dove arriviamo alle 07.15 non prima di una sosta forzata causa attacco di vomito del Capo (non si saprà mai se tali conati sono stati provocati dalla colica o dalla guida rallystica del Grigio ribattezzato per l’occasione “Il Grigio-Colin McRae”.).
Entriamo nel pronto soccorso ed affidiamo il nostro caro amico a due infermiere tanto ubertose quanto solerti ed anche tutto sommato gentili. Noi rimaniamo in sala d’aspetto ad attendere notizie e sviluppi.
Dopo circa mezz’ora veniamo chiamati ed informati che per gli esami del caso occorrerà tutta la mattina e che se vogliamo, a turno possiamo rimanere accanto al paziente fino all’ora dell’ecografia.
Parte il Grigio, poi va il Baffo ed infine è la volta del Ciccio che dopo 20 minuti esce di fretta e di soppiatto sghignazzando come una iena.
Lo hanno cacciato fuori dopo che per tirare su il morale al Capo, tastandogli il polso ha cominciato ad urlare:” Presto.. presto.. lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo..Ah.. l’abbiamo perso…Be’ io vado a far colazione!”.
Per evitare altre incresciose situazioni più simili a M*A*S*H che a Medici In Prima Linea, decidiamo di defilarci tutti e tre ed andare a bighellonare in città.
Dopo un breve girovagare, ci sediamo in un bar nella piazza maggiore di Montepulciano, affranti dal dispiacere di aver lasciato un amico in preda a spasmi e dolori.
Un breve conciliabolo e conveniamo che caffè e brioche non sono adatti a sostenere il nostro stato d’animo e pertanto il Ciccio, avvoltosi stavolta nella magniloquenza di Antonio al cospetto del cadavere di Cesare, sentenzia :”Se lui dall’alto ci potesse vedere…. O amici, se lui ora potesse essere qui….credo, o cari compagni, che approverebbe il nostro desiderio di un robusto ristoro! Lui farebbe altrettanto! Per cui che ne dite di un panino con prosciutto di cinta irrorato dal un generoso calice di rosso Nobile di Montepulciano?”.
Alle 08,30 del mattino, vinti di nuovo da tanta retorica e siffatte emozioni, riscaldati da quel sole autunnale che ancora ferisce gli occhi ed abbronza la pelle,gli sventurati risposero:”Evvai!!”.(che il Manzoni non ce ne voglia per il sacrilego scippo letterario, ma oggi, come sempre, ci sentiamo tanto vicini alla Monaca di Monza).
In preda a fastidiosi gorgoglii gastrici e copiose lacrime di coccodrillo (che rendono sapido del loro sale il pane toscano che ne notoriamente ne difetta e che si perdono, alcune, anche nel il rosso che tracanniamo), il gruppo s’avventa sulle vettovaglie e cerca di rinfrancare lo spirito svagandosi in puerilità varie. Ora ammirando il paesaggio, ora occhieggiando e commentando il passaggio femminile transumante e transeunte. Da sola ed inopinatamente parte la solita zingarata di attribuire voti alle parti anatomiche muliebri che ci si parano dinnanzi. (sembra di essere tornati al Liceo.
Il Lussurioso non è mai morto, eh..eheeeh…è solo sopito).
Ma è un disastro totale.
Non siamo d’accordo su nulla!
Come è possibile dare a quel seno un 4, un 6 e mezzo ed un 7 più? E meglio non va per chiappe e gambe ed occhi e labbra!!!!
Decidiamo di buttarci sull’artistico ed ammirare i monumenti, le chiese, il palazzo municipale, ma non funziona neanche quello. Sfioriamo la rissa fra di noi solo perché uno spazzino è passato per due volte in 15 minuti a svuotare i cestini dell’immondizia! “E che cavolo! Non ha nient’altro da fare questo qui?”.
C’è baruffa nell’aria!
Pertanto decidiamo di ritornare all’ospedale ed informarci sul nostro caro estinto (nel senso che si è estinto temporaneamente dal nostro girovagare).
L’arrivo al pronto soccorso è come entrare in un girone dantesco.
Sulla porta dovrebbero scrivere “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.
Ed infatti solcata la soglia notiamo nei corridoi una umanità tanto consueta per quel luogo quanto inusuale e bizzarra ai nostri occhi.
Nell’ordine:
- Demente cinquantenne affetto da cretinismo congenito ed assuefatto da farmaci stupefacenti che chiede insistentemente all’infermiera un medicinale chiamato “.....x” (Non ho capito come si chiama il farmaco, ma il Ciccio esclama che lo conosce. Evito di domandare al Ciccio se intende il demente od il farmaco. Temo infatti che li conosca entrambi!);
- Cacciatore “sparato” ad una gamba durante la battuta di caccia. (i suoi amici sono fuori nel cortile in conciliabolo per decidere la versione da fornire alle forze dell’ordine);
- Vecchio arteriosclerotico in barella con lamento da sirena della protezione civile incorporato (dapprima ci preoccupiamo, ma poi vista la flemma della dottoressa e la rassegnazione dei parenti capiamo che deve essere un “habituè” del luogo.. qualcuno dei presenti mormora “O che fategli 'na trasfusione di rosso, sì almeno si smette di sentirlo!”);
- N.2 ragazzotti vittime di incidente sulla Autosole al ritorno dalla solita serata in discoteca. Vestiti come figli dei fiori (adorabile l’idea di andare in disco con le infradito.[Sulle gote del Baffo, vedendoli, spunta una lacrimuccia]) e con qualche ammaccatura, nell’attesa della visita e degli esami di rito, si raccontano, con dovizia di particolari anatomici, le prodezze della notte appena trascorsa con varie pulzelle a loro dire tanto belle quanto “vacche”(sic!).
- Donna con ecchimosi varie accompagnata dal marito(?) il quale si guarda in giro con l’aria sospetta di chi vuol far capire a tutti “non sono stato io” (il popolo della sala d’aspetto però lo guarda di sottecchi e non gli crede);
-Coppia di anziani (ballerini?): Lei nobildonna vestita di velluti da tappezzeria murale fine 800 e lui in stile inglese da "golfman" a cui è scoppiata una vena varicosa. La fasciatura al polpaccio destro, stretta e sanguinolenta, testimonia che ad una certa età sarebbe meglio mangiare la minestra e poi scatenarsi solo col telecomando sul divano;
-Donna con figlia nettamente in soprappeso abbarbicata al collo. La bimba lamenta dolori allo stomaco. La madre lamenta dolori alla schiena, la dottoressa lamenta che è ora di finirla di dare brioches, patatine e nutella ai bambini.(vorrebbe purgarle tutt’e due, ma Esculapio la riconduce alla ragione ed alla pazienza della sua professione).
Anche noi pazienti (nel senso di tolleranti), un po' irriverenti, ma anche inteneriti da tanta umanità, restiamo in attesa dell’amico.
Alla fine un’infermiera ci annuncia che ce l’hanno aggiustato! WOW!!!
Il Capo è stato rappezzato!
Ed infatti dopo poco, laggiù nel corridoio, compare la sua sagoma. Un po’ claudicante, un po’ incerto nel suo incedere così tanto goffo che il Ciccio sbotta:”Ehi ma siamo sicuri che gli abbiano fatto il solo il Buscopan endovena e non un clistere da 25 litri?”.(Ricordiamo che il Ciccio oltre ad essere augure è anche un fine ermeneuta)
Ci abbracciamo tutt’insieme (virtualmente s’intende) ed usciamo all’aria aperta.
Il sole e con lui anche questo giorno hanno un altro sapore.
Premurosi noi chiediamo, a quell’amico ritrovato, se non vuole per caso ritornare a casa (cioè: a casa-casa in caso il caso lo preveda).
Stoico (lo sapremo solo poi che soffriva in silenzio, l’eroe!) nega e dice che dopo una capatina in farmacia, gradirebbe vedere la città e “NON SE NE PARLA ASSOLUTAMENTE DI TORNARE A CASA!!”
Segretamente lo ammiriamo e lo accompagnamo, in processione come S.Gennaro, a comprare alcune alchimie contro un’eventuale ricaduta.
Entrati in farmacia, alla domanda della dottoressa (piaciosa ed commercialmente ammiccante) “Le vuole in pastiglie od in fiale intramuscolari”, il Capo rimane assorto e dubbioso.
Edotto da quella Circe galenica circa la maggior efficacia e velocità reattiva della soluzione “ino-cul-ativa”, il Capo a gran voce si rivolge al Baffo dicendo:”Ehi..ma tu che fai lavori di bricolage e sei un mago del Black&Decker te la senti di farmi le punture se sto male?”
Ed il Baffo, distrattamente, risponde:” Accidenti se si…quando mi sono operato al menisco mi sono fatto da solo le iniezioni nella pancia! Fatti dare un ago dell’otto e anche della carta vetrata!”
Panico e sbigottimento della farmacista che è tentata di chiamare i carabinieri, ma il Baffo la blocca con un sorriso alla James Bond e le dice: “Mi dia anche dell’Antoral Gola che ho un po’ di raspino. Non vorrei che tossendo mi tremi la mano durante l’iniezione!” allungandole una banconota da 50 euri.
Si guadagna in fretta l’uscita e ci nascondiamo nel Caffè Poliziano alla ricerca di cibo e cordiali per l’amico risanato (scusa anche tu Foscolo, ma ogni tanto mi scappa la citazione classica!).
*** Omissis ***
(L’”omissis” trattasi di incazzatura del Capo con la cameriera malmostosa che non voleva servirci, ma “transeat”)
Poi assecondiamo le volontà del con-Vale-scente inabissandoci in una gastronomia-cantina etrusca.
Quanto Bendiddio!
Il Grigio da Barrichello ci segue! Ignaro del pericolo!
Osservando, perso e soprappensiero fra i bancali, le cibarie, i vini ed i liquori vari, inavvertitamente si trova chiuso in una stanza piena di formaggi di fossa!
Forme, formine, formelle di prodotti caseari allo stato brado, saporiti e muffeolenti.
Una vera e propria Kriptonite per il nostro caro Superman dal crine argentato e dal nudo facile. (Il “piccolo” Barrichello, nonchè barricato, è sempre stato allergico alle cagliate di qualsiasi genere!)
Barcolla, annaspa, starnazza, cianoticheggia e s’appoggia, ma miracolosamente raggiunge l’uscita.
Fuori, ormai salvo, impreca che siamo dei veri BASTARDI.
Ne siamo dispiaciuti, ma non c’eravamo accorti del pericolo! E comunque anche se l’avessimo saputo… non glielo avremmo mai detto!!
(Veri Bastardi si nasce! E noi lo “nacquimo”! E lui lo sa. Tutti lo sanno!).
Si fa ritorno all’agriturismo sul far della sera.
Tutti stanchi e provati dalla giornata impegnativa, ci abbandoniamo sul sedile della macchina e ci lasciamo coccolare dalle curve, i dossi e dai sinussoidali rettilinei di questa soave campagna senese. Morbida di colori felpati che baciano teneramente il cielo agonizzante in un’apoteosi di luci sprigionate da un riluttante e sole morente.
Solingo, umido di soffusi rumori notturni, là ci sta aspettando il nostro gazebo.
Quell’eremo ombrello conficcato nel verde ormai cupo del giardino, ci accoglie sotto la sua tettoia protettrice come pulcini sotto un’ ala materna.
Accendiamo qualche candela per illuminare la notte ed unire a quel cielo trapuntato di stelle altre piccole luci, più fioche e più tremule: i nostri occhi che brillano all’unisono riflessi in quelle fiammelle.
Ci scambiamo gli ultimi commenti fumando sigari toscani, sorseggiando una birretta od i residui della Vernaccia del giorno prima.
Qualcuno, avvoltosi in una coperta, sospira e scorreggia (le vie dei sospiri dell’anima, quando si ama, sono come quelle del Signore: INFINITE) qualcun altro chiude gli occhi per fissare il momento e tal’altri conversano, sottovoce, del domani.
“Sublata lucerna” (spente le luci) finalmente concediamo ai giacigli i nostri corpi che avvolti dalle coperte e dal buio totale, recalcitrano il sonno, combattono Morfeo ed anche quel compagno di talamo così estraneo in quel luogo così intimo del letto a due piazze.
(dormire nello stesso letto con un amico, se non si è omosessuali, è un’ impresa titanica. Una guerra di tracotanza maschile nell’imporre all’altro regole di gestione del territorio, di comportamenti e di tempistiche che solo le donne riescono a sopportare).
Pur essendoci ripromessi di dormire fino a tardi (ne avevamo ben d’onde) alle 07,30 siamo tutti svegli. Facciamo colazione con i rimasugli comprati due giorni prima in un supermercato.
Lavati e sbarbati, incaprettiamo la biancheria sporca nelle valigie ed usciamo sotto il gazebo.
E’ una giornata troppo bella per dire addio a questa campagna toscana. Ed una lacrima segretamente riga il cuore di ognuno.
Mesti, paghiamo la pigione all’ostessa (una piacevole signorina di cui mi sfugge il nome, ma di cui ricordo perfettamente gli occhi. [Il Ciccio ricorda perfettamente anche il giorno di nascita]). e, caricati i bagagli in macchina, ci precipitiamo sotto il portico per un ultima partita a “pincanello”.
Là infatti c’è un fantastico quanto antico “calcio balilla” il cui gioco è sconosciuto, purtroppo, ai nostri figli (cosa vi siete persi!!).
L’ostessa (si chiama Francesca? Mah.. mi sembra di si. Od almeno così dicevano i suoi occhi ai miei, desiderosi di chiamarsi Paolo) scuote la testa frastornata dai nostri chiassosi e puerili entusiasmi. Maternamente bonaria, ci osserva con compassione dall’alto dei suoi 21 anni e noi diventiamo piccoli piccoli, tutti ristretti nei nostri primi e teneri “..anta”.
Saliamo in macchina ed abbandoniamo la vecchia Cassia lasciandoci dietro quel casolare, quel gazebo e migliaia di spiriti di legionari romani che stanotte sicuramente riaccenderanno i loro falò su quelle antiche colline.
Fuochi di segnalazione di un accampamento che i nostri occhi non videro, ma che le nostre anime hanno percepito. Faville e monachine, scintillanti e svettanti come colonne di luce, indicano a noi, ora già ritornati nelle umidità della consueta Padania, i luoghi dove terra e cielo si uniscono fantasticamente.
Dove Proserpina continuerà in primavera a tornare a farsi ferire e dove il fragore dei sensi da sempre s’attenua dolcemente e scivola carezzevole fra quelle colline variopinte.
Dove il tempo e lo spazio, in uno struggente amplesso, si perdono l’uno dentro l’altro generando l’infinito.
E dove un giorno…comunque, non importa come, quando e perchè, ritorneremo.
Ma sicuramente.
Alla prossima… Ragazzi.