Avrò avuto 7 o forse 8 anni ed a quel tempo passavo il periodo estivo nel paesello natio dei miei genitori in una casetta situata sulla parte alta della di quel villaggio.
Ricordo che le mie giornate, mattina e pomeriggio, erano dedicate solo a scorrazzare con gli amici nei vicoli, nelle campagne e nella canicola dove insieme a tutti noi correva, invisibile, anche il dio Pan.
E giocavo tanto intensamente che dimenticavo casa, genitori, fame e fin'anche i bisogni fisiologici che alla bisogna assecondavo frettolosamente dietro il primo cespuglio per non perdere nessuno di quegli attimi, per me allora (ed ancor ora se ci ripenso) sempre troppo fuggenti.
Quella vita intensa durava fino a sera quando, credo verso le 19.00, richiamato da mia madre, ritornavo mesto a casa presentandomi sulla soglia come un minatore.
Ero lurido di ogni sorta di sporcizia.
Ricordo, riflesso in quello specchio scheggiato ed arruginito appeso all'ingresso, il mio viso ed il collo rigati dai rivoli neri di sudore essiccato sulla pelle e la maglietta appallottolata sotto l'ascella.
Sorridevo...
Scottato dal sole, bianco di polvere, ma luminoso di spensieratezza.
Il classico scugnizzo napoletano!!
Mia madre allora mi prendeva per il braccino ed insieme a mio fratello (altro pirata della Tortuga) e ci calava nella tinozza che opportunamente già dal primo mattino aveva collocato sulla terrazza di casa, colma d'acqua, affinchè raccogliesse tutto il calore del sole della giornata.
Quel bagno serale era una sorta di rito.
Un lavacro purificatore eseguito con spugnone e spazzolino per le unghie: l'unico rimedio per disincrostare lo sporco più ostinato. Anche quello che sembrava incarnatosi nelle ginocchia.
Finalmente puliti, profumati di saponetta "AVON" e con i capelli ben pettinati, scendevamo tutti in paese per il saluto ai parenti che abitavano la parte più bassa.
Ricordo che camminavo da solo fino alla piazza impettito. Quasi orgoglioso della purezza che quella santa donna di mia madre era riuscita nuovamente a restituirmi traendomi fuori dalla tinozza e lucidandomi come un marinaretto.
Tutte le sere mi sentivo un bimbo nuovo.
Tutte le sere mi sentivo rinascere.
Una indescrivibile e dolcissima sensazione di stanchezza e feliictà.
Percorrendo la strada che portava dall'alto di quella collina verso la piazza del paese, ogni sera, a quel tempo, passavo davanti ad una casa.
Per la verità, oggi che conosco il significato di "casa", direi che quella era più un "basso napoletano" che una casa.
Era in effetti un garage adattato ad abitazione che si affacciava direttamente sulla via.
Ricordo che ci arrivavo davanti e rallentavo l'andatura perchè da qualche tempo avevo sentito provenire da quelle stanze degli strani rumori.
Ne avevo parlato con miei e loro mi avevano spiegato che in quella stanza c'era un bimbo "molto..molto malato".
La mia curiosità, giorno dopo giorno, aumentava. Ed, in seguito, più passavo lì davanti e più rallentavo l'andatura cercando di sbirciare all'interno di quel luogo che mi sembrava sempre più la grotta di Polifemo.
Non riuscivo a capire come un bambino potesse essere così ammalato e per così lungo tempo da non potere giocare con me.
Nella mia mente di bambino, la malattia era uno status temporaneo. Una parentesi più o meno lunga, ma con un termine.
Purtroppo non era così.
Ricordo inoltre che davanti all'entrata di quella casa c'era sempre seduta una donna.
Accucciata là, tutte le sere su una seggiolina di paglia troppo bassa e troppo stretta per la sua mole, quella donna lavorava ad uncinetto. Come una delle Parche.
Era la madre di quel bimbo.
Ora non ricordo la sua fisionomia o i suoi tratti.
Quando ripenso a lei, e nel caso di Eluana mi è capitato spesso di rivedermela davanti, vedo solo una forma, un alone sfuocato, una sagoma, ma rivedo chiaramente il suo sguardo concentrato sugli aghetti che si incrociavano rapidi e precisi.
Posso ancora sentire il ticchettìo di quei ferri.
Tic..tic..tac..tic.
Cadenzati come piccole lame in combattimento, come palpiti del cuore di un monaco certosino intento alle sue miniature. O come il temporeggiare di Penelope tutta intenta a nascondere i suoi pensieri fra le contorsioni di quel filo.
Quel rapido crear nodi, contarli ed accantonarli mi sembravano una lunga preghiera, un rosario silenzioso recitato per timore di Dio, ma sottovoce per non disturbare il mondo.
Era lei una statua di una donna antica che urlava muta il suo dolore verso quel cielo che pareva sordo.
Un urlo sincopato, una nenia muta e lamentosa che si elevava ritmica da quei ferri,
Forse in attesa che si compisse un destino inconfessabile e di cui lei sapeva di non essere padrona.
Più passavo davanti a quella stanza e più affinavo il mio udito.
Un giorno sentii dei gemiti più forti.
Mi decisi e, facendo capolino in quella stanza (oddio mio.. quanto sarà stata crudele quella mia curiosità agli occhi di quell madre), guardai terrorizzato ma affascinato, quell'essere sdraiato sul letto.
Non avevo il coraggio di avvicinarmi a lui. Lo scrutavo timoroso e curioso.
Speranzoso, forse, che potesse sorridermi. Che potesse allungare una mano verso di me. Che potesse dirmi anche solo un semplice "ciao".
Ma lui scuoteva la testa sul cuscino, roteava gli occhi ed emetteva solo suoni gutturali: terribili.
Allora, ricordo, mi ritrassi e cercai rifugio nel grembo di sua madre in piedi dietro di me.
Mi sentivo colpevole di un delitto incommensurabile ed irreparabile.
Io.. Io ero l'empio che aveva voluto disvelare il mistero!
Io..un iconoclasta di una realtà che non doveva e poteva essere conosciuta.
Gli anni, poi, sono poi passati inesorabili.
Molte e molte altre volte sono ritornato in quel paesello per trascorrere le vacanze.
Molte e molte altre volte sono passato davanti a quella casa e tante altre volte ho udito quei gemiti.
Alla tinozza lavacro, nel frattempo, si era sostituito il bagno in muratura e la doccia.
Alla polvere solidificata sulla pelle ed ai sudori delle interminabili partite di calcio si sono sostituiti i profumi dell'adolescenza, del benessere e dei primi amori.
Sono arrivate, puntuali, anche le superficialità della giovinezza. Onnipotente! Con le cazzate di rito e le passioni per gli ideali assoluti.
E' arrivata la maturità (ora incombente è la vecchiaia).
Mentre lui, quel bimbo, quel "corpo", quel mio "alter-ego" bambino, era rimasto lì.
Fermo, insieme a quella madre irremovibile, sempre a sferruzzare e ad accurdirlo.
Anche lui era cresciuto, contemporaneamente a me, ma in un letto.
Senza deliri di onnipotenza: a lui il fato aveva riservato solo quelli dell'impotenza.
Poi, un giorno (non so quando) quel mio "fratello" se ne è andato chiudendo gli occhi per sempre e sempre in quello stesso letto: la sua culla e la sua bara.
Quel fratello è' passato dall'utero direttamente alla fossa con il solo conforto di tante carezze di una donna e nessun rimpianto di futili cazzate.
Quella casa, quel bilocale-garage, chiuse molti anni fa le sue imposte.
Quella madre allora smise di sferruzzare.
Anche lei per sempre.
Ora io non so se Donna Assunta sia stata meglio di Beppino, non so se Michele, quel bimbo mai nato, sia stato più felice di Eluana o se l'uno sia stato più amato dell'altra.
Non so se il trapasso di Michele sia stato "migliore" di quello di Eluana.
Ma so che lo sguardo di Donna Assunta e quel ticchettìo dei suoi uncinetti continuano a vivere dentro di me.
Come rimangono dentro di me, indelebili, gli occhi roteanti di Michele. Quegli occhi che allora mi spaventarono a morte, ma che solo ora ho capito volevano comuncarmi il suo saluto e l'orgoglio di avere una mamma straordinaria.
Si...Anch'io ho avuto una mamma straordinaria...ma non come la sua.
Sicuramente, caro Michele, anche Eluana avrebbe meritato di più.. almeno tanto quanto te.
Ciao Michele, fai compagnia e tante coccole alla nostra sorella Eluana.
Come te, le avrebbe meritate anche lei, ma non le ha avute.
Procura di fagliele tu!
Magari fatti aiutare da Donna Assunta! Lei sa come si fa.....
"