Centro Turistico San Nicola - Baia di San Nicola - Peschici (FG) (Italy).
PARTE PRIMA
24 luglio del 2007, nona giornata della nostra villeggiatura sul Gargano.
Mi sveglio alle 08.30 e dopo la solita toilette, mi avvio verso il market del campeggio situato su di un piccolo promontorio all'interno della struttura per rifornire il piccolo frigorifero del camper con le cibarie e le bibite necessarie il pranzo e la cena della giornata.
Qui come sempre si fa la spesa "day-by-day".
Sento nell'aria un leggero odore di bruciato. Vago, caldo, ma indefinibile.
Un barbecue troppo mattiniero o sterpaglie contadine bruciate in lontananza?
Mah..
Tali e tanti sono gli odori di questa pineta così diversa dallo smog cittadino che non ci faccio caso.
Anzi, quasi me ne compiaccio come se fosse un profumo della natura.
Riempio il carrello della spesa e rimango in attesa di pagare per sapere perchè, stranamente, oggi i giornali non sono ancora arrivati.
Allora temporeggio.
Ripercorro le corsie del supermercato per ingannare il tempo e riesaminare i bancali dei prodotti che magari ho dimenticato di acquistare.
Chiedo informazioni e, rassicurato dai dipendenti del supermercato sulla sempre più imminente consegna dei quotidiani, penso che il disguido sia ancora imputabile a quanto accaduto il giorno precedente.
Il 23 luglio, infatti, è stato ammazzato a pistolettate un dipendente del campeggio (3 colpi di arma da fuoco al petto. Secondo la stampa locale: "per futili motivi di parcheggio di un autovettura").
E' plausibile che l'organizzazione del campeggio ne abbia risentito.
Finalmente alle 10.05 arrivano i quotidiani.
Prendo i miei. Pago le mie compere e ritorno alla nostra piazzola dove nel frattempo mia moglie aveva già provveduto a dare la colazione ai figli: Silvia, Andrea e Laura.
La giornata comunque è incredibilmente calda, ma lo sapevamo.
Le previsioni metereologiche davano il 24 luglio come la giornata in cui le temperature avrebbero raggiunto il picco massimo stagionale nella zona.
Già infatti dalle prime ore della mattina un vento caldo, quasi come un grande "phon", stava soffiando dalla terra verso il mare.
Toccando le parti metalliche delle seggioline da campeggio mi accorgo che sono insolitamente calde.
Sudato come non mai, decido allora di rinfrescarmi subito andando a fare il bagno.
Il nostro camper è posizionato proprio sul lungo mare a circa una ventina di metri dalla battigia.
Porto con me la figlia più piccola, il materassino gonfiabile, il giornale e le sdraio.
Attrezzo ed organizzo velocemente il nostro pezzetto di spiaggia.
Ombrellone conficcato nella sabbia ed aperto.
Sdraio posizionate e teli mare distesi a terra.
Ci buttiamo felici nell'acqua in attesa della restante parte della famiglia che poco dopo ci raggiunge.
Andrea preferisce finire di leggere la Gazzetta dello Sport sotto la verandina del camper al riparo da quel vento che soffia sempre più impetuoso.
Mentre ci lasciamo cullare dalle onde e dalla frescura del mare, abbarbicati come piccole cozze al nostro materassino, notiamo che dietro la collina del campeggio, alla nostra destra la baia Procenisco, si leva una piccola colonna di fumo.
In un primo momento insignificante, vago ed a tratti incerto.
Un fumo bianco che si fa a tratti più nero poi ritrorna nuovamente bianco.
Dal campeggio San Nicola, una piccola struttura turistica confinante con il Centro Turistico San Nicola (hanno quasi lo stesso nome ma sono due entità diverse), le animatrici dell'acqua-gym rassicurano le persone sulla spiaggia annunciando nei microfoni di non preoccuparsi:
"Tutto è sotto controllo! Non c'è pericolo".
Qualche minuto dopo, non ho guardato l'orologio ma presumibilmente dovevano essere all'incirca le 10.20, anche dagli altoparlanti del nostro campeggio viene diffuso questo messaggio rassicurante:
"C'è un piccolo incendio a Peschici, sono già presenti sul posto i pompieri e la Protezione Civile. E' tutto sotto controllo".
Per tutti i bagnanti della spiaggia queste parole sono come un invito a godersi lo spettacolo di un qualcosa che sta per essere domato.
Nel frattempo, però, in acqua cominciano ad arrivare pezzetti di cenere e foglie carbonizzate.
E l'acqua del mare si popola di tanti puntini neri.
Il fumo ora si sta estendendo anche sulla parte più centrale del golfo di San Nicola e da nero che era, ora è diventato rossiccio alle base.
Il vento incalza sempre più forte.
Alcuni ombrelloni della spiaggia prendono il volo e noi, pur essendo in acqua, sentiamo avvertiamo l'aumentare del calore dell'aria.
Qualcuno corre a recuperare il proprio ombrellone.
Esco allora anch'io dall'acqua per catturare il nostro ombrellone che sta volando via e raggiungo mio figlio sulla spiaggia per invitarlo a rinfrescarsi e dargli il cambio nel presidio della solita borsa in cui, come tutti, teniamo le cose più importanti. (Portafogli, cellulari, macchina fotografica etc etc.).
E' proprio in quel momento che sentiamo delle esplosioni.
Nitidi, ma anche sincopati, quei boati rimbombano al di là della collina verso Peschici.
Qualche ingenuo sulla spiaggia le commenta e le giustifica come bombole di aria compressa usate dai vigili del fuoco per arginare l'incendio (da quando gli incendi si estinguono con l'aria compressa?).
Mi rendo conto che quelle deflagrazioni non sono altro che la conferma dell'impotenza degli uomini incapaci di dominare il fuoco che sta avendo la meglio.
Immagino allora che le fiamme dell'incendio abbiano raggiunto il deposito di bombole di gas nei pressi del cimitero di Peschici (in queste zone sono ancora molto usate per usi domestici) e lo abbiano fatto esplodere.
Ne avremo poi la conferma insieme alla notizia della morte di due persone sorprese dal fuoco sulla strada statale.
Il fumo si fa più pesante, caldo e continua ad estendersi lungo la baia.
La parte della collina dove c'è il trabucco (quello verso Peschici) è quasi tutta oscurata ed invisibile per il fumo.
Ora anche da sinistra per noi che siamo in mare e che guardiamo la costa, se ne levano altre volute più dense.
La situazione precipita e tutti i bagnanti del campeggio San Nicola (quello piccolino incastonato nell'angolo destro della baia - sempre per chi guarda la costa dal mare) cominciano a fuggire verso il lato opposto correndo cioè verso di noi.
Decido allora con mio figlio di fare un'incursione al camper per recuperare il recuperabile.
Realizzo che muovere il camper ora, in quella situazione, in un campeggio che come unica via d'uscita ha solo la strada da cui proviene l'incendio, non è fattibile.
Infatti troveranno poi altri due cadaveri in macchina carbonizzati (probabilmente premorti per asfissia) nel tentativo di fuga verso quella via.
Nel frattempo già alcuni hanno comiciato a spostare le proprie autovetture verso la parte sinistra della baia S.Nicola (la prospettiva è sempre quella dal mare) nel luogo più aperto ed apparentemente più sicuro vista la sua lontananza dalla pineta che sta andando a fuoco. (In seguito sapremo che tale tentativo fu del tutto inutile. Tutti gli autoveicoli di quella zona sono andati distrutti. Le statistiche parleranno di complessivi 460 autoveicoli distrutti).
Calcolo velocemente che schiodare il nostro camper dal tendalino, la stuoia dai suoi picchetti ed eliminare i sostegni di livellamento del motorhome è un'operazione troppo lunga rispetto alla velocità del fuoco che avanza rapido. Troppo rapido per la mia esperienza.
Decido quindi di catapultarmi con mio figlio nel camper e raccogliere quanto più possibile.
Mio figlio è già dentro e, raffazzonando, raccoglie nella borsa-mare le prime cose che gli capitano a tiro, mentre io ogni secondo butto uno sguardo fuori dal finestrino per controllare la situazione.
"Presto... presto...prendi quello... prendi quell'altro.. ah... guarda nell'armadio c'è la borsa di mamma..." lo incito.
Il borsone è quasi pieno e voltatomi per l'ennesima volta a scrutare l'esterno, mi accorgo che a circa 40 metri da noi c'è gia fumo un fumo rossastro che sta avanzando.
Temo che qualche bombola di gas che ogni camper od ogni roulotte ha in dotazione, possa da un momento all'altro esplodere innescando così un micidiale "effetto domino".
Urlo a mio figlio di uscire e di lasciar perdere il resto.
Lui scappa con la borsa verso la spiaggia ed io mi attardo a chiudere a chiave il camper (sono un ottimista.. lo so).
Proprio in quel mentre odo una esplosione più vicina del solito: il primo camper della fila è già "andato"? Può darsi.
Mi precipito allora anch'io verso il mare, ma ho perso di vista la famiglia. Non li vedo più! C'è troppo fumo.
No.. no... eccoli!
Si..Eccoli.. laggiù.
Insieme a tante altre persone, via mare, tutti insieme si stavano spostando verso il secondo tabucco in direzione della spiaggia Zaiana.
Li raggiungo velocemente, volgendomi di tanto in tanto all'indietro per vedere dov'è arrivato il fuoco.
Ma vedo solo nuvole nere.. sempre più rosse e sempre più dense da cui ora emergono lingue di fuoco: alte, incredibilmente alte.
Come molti ci fermiamo alla fine della baia San Nicola in prossimità di quella caverna che tutti conoscono.
Incerti se trovare riparo all'interno di questa. (devo dire che istintivamente ne sono stato tentato anch'io).
Ma le esplosioni continuano a rimbombare nell'aria ed il fumo diventa più spesso e più acre.
Quella grotta, chiusa e senza altra ventilazione se non quella dell'imboccatura, mi sembra una trappola per topi.
Qualcuno decide di scavalcare il promontorio del trabucco per raggiungere la successiva baia Zaiana e si avvia.
L'acqua arriva al petto, ma per fortuna sembra non andare oltre.
Quel corridoio marittimo, aperto dalla disperazione di alcuni temerari, risulta percorribile e salvifica.
Tutti allora ci accodiamo, in fila indiana, su quel sentiero liquido.
Una colonna di persone, una fiumana urlante e terrorizzata, procede lenta con le proprie masserizie sulla testa. Alcuni portando sulle spalle i figli più piccoli, altri gli anziani.
Attraversiamo tutti insieme quel tratto di mare alla ricerca della salvezza come Ebrei alla ricerca della Terra Promessa.
Credo più di 600 persone (non le ho contate) in cammino come in un esodo biblico.
Pur essendo ormai passate le 11.30, il sole è diventato ai nostri occhi un piccolo dischetto rossastro che trapela a tratti da un cielo nero che neanche il forte vento riesce a pulire.
Giunti nella baia Zaiana, molti si inerpicano su di un sentiero che conduce alla baia di Manaccore, ma che attraversa la pineta.
Noi siamo scalzi e con il fuoco alle calcagne.
Siamo in ritardo e temiamo di essere sorpresi dalle fiamme durante la risalita. E quindi rinunciamo.
La pineta finisce proprio al limite di quel sentiero.
Oltre, per fortuna, la Baia Zaiana termina in un golfo fatto di rocce e sterpaglie.
Decidiamo allora (e siamo in molti) di ripararci in quella parte del golfo sotto la scogliera sinistra della baia Zaiana.
E'un piccolo anfratto sovrastato da uno strapiombo alto una cinquantina di metri e sulla cui sommità non vi sono altro che erba secca e pietrame: il fuoco qui non può arrivare!
L'unica vera incognita e preoccupazione è la direzione del fumo che continua, per ora, a passare sulle nostre teste soffiando impetuoso dalla terra verso il mare e disperdendosi al largo.
Sotto quella scogliera si è creata una sacca d'aria che ci permette di respirare.
Preghiamo che il vento non cambi direzione o cessi.
Sarebbe la fine.
Ci tamponiamo nel frattempo la bocca ed il naso con tutto ciò che abbiamo a disposizione: teli da mare, magliette, fazzolettini di carta bagnati nell'acqua salata.
Il personale della baia (qualche bagnino rimasto con noi) porta sotto quel costone lettini da spiaggia per fare sedere i piccoli e gli anziani più stremati.
Molti si danno da fare ad aiutare chi ha bisogno soccorrendo e confortando bambini senza mamme, mariti senza mogli, anziani senza fiato e famiglie che si abbracciano in ammollo in un mare che ha deciso proprio oggi, dopo giorni di calma, di agitarsi.
Nel cielo intanto scorre solo fumo!
Nessun elicottero o Canadair all'orizzonte.
Rimaniamo sospesi ed attoniti, tutti in acqua fino al petto, contemplando il fuoco alle nostre spalle ed il mare, davanti a noi, che, nel frattempo, è diventato plumbeo come in inverno.
La pineta intanto continua ad ardere ed i pini sembrano scheletri di paglia che avvampano e si spengono in pochi minuti corrosi da un fuoco quantomai vorace.
Uccelli terrorizzati volano a casaccio cercando aria ed alberi più sicuri.
Ora sulla spiaggia prendono fuoco anche le baracchette delle bibite mentre oltre il trabucco, verso la baia di San Nicola, continuano i boati cupi, incessanti, delle esplosioni.
Sembra un bombadamento: l'attacco alleato su Dresda.
Oramai la visibilità si è ridotta a poco più di 50-60 metri.
Anche quel residence sulla collina che separa San Nicola dalla spiaggia Zaiana, non si vede più.
Talvolta lo si intravede nel controluce delle fiamme che avvampano alte, sempre più alte.
Talvolta se ne intuisce la sagoma, se ne vedono gli archi del patio violentati dal fuoco che ne lambisce e ne gonfia le arcate.
E poi sparisce di nuovo soffocato dal fumo.
Stazioniamo in quella porzione di baia scrutando fiduciosi il cielo, tendendo le orecchie oltre quel crepitìo incessante di legni arsi e sperando di udire rombi di elicotteri, di aerei o di motori a scoppio.
Insomma qualcosa di tecnologicamente umano che ci faccia capire che la macchina della salvezza si è messa in moto.
Solo alle 13.20 dal mare si materializzano delle sagome acherontee.
Dapprima non capiamo se sono motoscafi o velivoli, ma cominciamo a gridare tutti insieme.
Il fumo sull'acqua e nel cielo è troppo denso e l'oscurità è ancora scossa dai rumori cupi delle esplosioni.
Ora lontane, ma sempre troppo preoccupantemente più vicine.
All'improvviso, fra il quella nebbia carbonica, compare una sagoma.
Siiii!!! Si..
E' un gommone bianco con a bordo 3 uomini.
Uno di questi è il padrone del ristorante pizzeria Andromeda (Cosimo: salernitano verace) che si tuffa in acqua e ci raggiunge a nuoto per rassicurarci e calmare gli animi più disperati (e ce ne sono tanti).
Tuttavia il mare è mosso e non permette al suo gommone di avvicinarsi troppo.
Rischia di schiantarsi sulle rocce del promontorio.
Allora si allontana ed esce dalla nostra vista, inghiottito dal fumo dell'incendio.
Ci sentiamo persi, distrutti abbandonati.
Tutti gridano ed imprecano.
Si levano al cielo un' enormità di bestemmie in dialetti diversi, l'un l'altro incomprensibili.
Ma.. si.. si... ecco che ritorna!
Il gommone è ricomparso alla nostra sinistra (in zona di maggior sicurezza).
Dall'imbarcazione sagome urlano e si sbracciano.
Qualcuno da un megafono si sgola: "prima le donne ed i bambini!!"
Ecco che un altro gommone appare anche alla nostra destra e, dal centro della baia, anche una piccola pilotina si sta avvicinando sballottata fra le onde.
Il popolo dei derelitti non si lascia prendere dal panico e tutti noi riusciamo a razionalizzare.
In maniera fantastica ed impensabile, le donne, i vecchi ed i bambini si avvicinano ordinatamente alle imbarcazioni, mentre gli altri attendono pazienti sotto il costone di roccia.
Io riesco a far salire sulla pilotina mia moglie e la piccolina.
Le vedo sistemarsi in un angolo e noto lo sguardo di mia moglie che, tenendo la piccola stretta a sè, cerca noi, strabuzza gli occhi, ma in quel parossismo non riesce a vederci.
Io mi sbraccio, urlo e salto nell'acqua, ma nulla: sono già partite.
Per fortuna il mare, attraverso quella coltre di fumo, le ha già trasferite dall'altra parte dell'inferno.
Verso la salvezza!
Ritorno stanco, ingolfato, ansimante, malinconico, ma felice sotto quella roccia dove mi aspettano gli altri due figli.
Nessuno si accorge delle mie lacrime.
Sono confuse fra le gocce d'acqua di mare che grondano dal mio volto.
Gli altri due figli sono lì ad aspettare.
"Sono in salvo" dico loro.
Perentorio. Nascondendo le mie emozioni sotto un sorriso di plastica da duro cinematografico di Hollywood.
Li guardo e sono meravigliato.
Sono orgoglioso del loro autocontrollo.
Si sono dati da fare questi due giovanotti. Hanno aiutato e collaborato col gruppo senza mai perdere la testa.
La loro presenza mi da forza e mi rende anche spavaldo.
Ostentando sicurezza minimizzo la situazione ed esclamo:
"Ora vediamo di portare a casa anche la nostra pellaccia!"
Ma dentro tremo..sento le gambe andare in "pappa", ma mi do coraggio.
Arrivano altri barconi e gommoni.
Si continua a dare la precedenza ai più bisognosi e, nonostante il fumo acre, riusciamo ad ogni barcone che parte, a tirare un sospiro di sollievo.
Finalmente arriva anche il nostro turno.
Saliamo, meglio sarebbe dire "veniamo issati" da 3 possenti pescatori, su un motoscafo che riparte a razzo verso una motonave alla fonda a circa 600m dalla costa.
Trasbordiamo con l'impeto di pirati all'arrembaggio ed allora ci rendiamo conto che il nostro salvataggio è avvenuto ad opera solo di volontari, pescatori o di privati che si sono allertati per umana solidarietà.
Le forze dell'ordine (Carabinieri, Guardia Costiera e Guardia di Finanza) sono arrivati solo molto dopo.
Ci allontaniamo dalla riva e, da lontano ora, notiamo che il fuoco ed il fumo continuano ad imperversare sulla costa e si estendono lungo tutto il litorale, fino anche a Vieste.
Prendiamo posto sulla motonave e ci abbandoniamo sui sedili.
Siamo esausti, seminudi, bagnati ed increduli.
Riepiloghiamo le nostre masserizie e finalmente ci scappa un sorriso.
Siamo intrisi di gioia, soddisfazione, felicità, ma anche di tristezza: ci manca, fra noi, il sorriso degli altri due.
Seduta nella fila dietro alle nostre poltrone, una signora con 2 bambini ha notato che mia figlia ha il cellulare e che sta mandando messaggi.
Ha il telefono fori uso e mi chiede se può utilizzare quello nostro per telefonare al marito che è disperso sulla costa.
Lei è scappata come noi per mare mentre il marito si è preoccupato di portare in salvo l'autovettura nuova.
Ci indica, dal finestrino della motonave, il luogo dove c'era il loro residence, ma non riusciamo a vederlo per il fumo e comunque annuiamo verso quel luogo che già è circondato dal fuoco.
Lei lo chiama e lui risponde: lui.. e la macchina sono in salvo! Meno male!
La motonave, nel frattempo, fa dietro-front verso Vieste (mia moglie e la piccola sapremo poi che, invece, sono sbarcate a Peschici) e ad ogni caletta o spiaggia si ferma ed attende i gommoni che fanno la spola tra terra e nave, accogliendo gli altri naufraghi terrestri.
Giungiamo finalmente a Vieste.
C'è soddisfazione, ma non entusiasmo a bordo.
Prima dell'attracco, dai finestrini, notiamo che gli addetti alla capitaneria di porto sono schierati sulla banchina.
Qualcuno di essi sta provvedendo con le canne dell'acqua a bagnare il punto d'attracco. Sanno che siamo scalzi e che l'asfalto è rovente.
Usciamo tutti ordinatamente dalla motonave e ci lasciamo condurre, sempre in fila indiana, fuori dal porto dove ci offrono bottiglie d'acqua e doccie estemporanee.
Con ordine saliamo sugli autobus del comune per raggiungere il primo posto di raccolta: la scuola elementare adiacente al municipio.
Il contatto con l'asfalto rovente è micidiale per noi che eravamo scalzi.
Per fortuna, proprio di fronte alla fermata dei pulman, c'è un negozio di calzature.
Ordino ai ragazzi di seguirmi ed in quattro e quattr'otto compro scarpe da ginnastica per tutti noi.
Ritorniamo alla scuola e siamo accolti dal personale della protezione civile e volontari che prima ci dissetano, poi ci sfamano ed alla fine ci vestono.
Qui sembra, pur nella concitazione, che l'emergenza sia sotto controllo.
Sono le 17.20 e ci comunicano che passeremo la notte nella scuola e quindi ci invitano a trovare un posto nelle diverse aule in cui attendere la distribuizione di materrassini, brande e coperte.
Purtroppo nulla, o meglio, quasi nulla di ciò accade.
Qualche volontario ci porta dei tappetini componibili, quelli che si usano nelle palestre scolastiche per la ginnastica.
Brande nemmeno l'ombra (solo verso le 20.00 arrivano pacchi di lenzuola "sanitarie" che per lo meno ci evitano il contatto diretto con il pavimento).
L'ufficio informazioni allestito all'ingresso della scuola è sommerso di gente che chiede e vuole telefonare.
I carabinieri procedono insieme ad alcuni volontari ad effettuare il censimento degli sfollati ed a raccogliere i dati di tutti coloro che hanno parenti dispersi.
Veniamo così a sapere che a Vieste ci sono altre 3 scuole dove sono stati raccolti i fuggitivi.
Mio figlio prende l'iniziativa e mi dice:
"Papy accendiamo i cellulari! Io vado a fare una ricognizione nelle altre scuole per cercare la mamma e la piccola, tu stai qui fuori che c'è campo e mia sorella laciamola su si sopra con le cose che abbiamo salvato". Concordo.
Mio figlio ha quasi 17 anni.
E' venuto su a pane e PlayStation, ma in questa occasione mi dimostra di essere determinato e responsabile.
Gli do una pacca sulla schiena e dico:
"Vai..e stai in campana.. se hai bisogno telefona."
Lo vedo chiedere informazioni e partire di corsa.
Lo invidio.
Lui non lo sa, ma rappresenta per me la forza della gioventù e dell'incoscienza: il potere vitale dell'entusiasmo di chi corre verso il futuro ignoto sentendosi invincibile.
Corro su di sopra per avvisare mia figlia dell'iniziativa e ritorno nella mia posizione di partenza in attesa di una eventuale chiamata.
Mi accendo una sigaretta (se mia moglie fosse qui sicuramente mi direbbe : "non ti è bastato il fumo che hai ingurgitato oggi?" - è vero ma questo almeno mi rilassa... le risponderei).
Passa un'ora o forse più e mi squilla il cellulare: è' mia suocera.
Mi rassicura: mia moglie dopo diverse peripezie è riuscita a telefonarle (si ricordava a memoria il numero telefonico fisso di suo zio, che a sua volta ha chiamato mia suocera che quindi mi ha richiamato sul cell).
Ho la certezza ora che mia moglie e la piccola sono in salvo. Ma io no riesco a mettermi in contatto con loro e dare loro altrettante rassicurazioni su di noi.
Rintraccio mio figlio e gli dico di rientrare alla base : "Mamma e la piccola sono nel punto di raccolta di Peschici. Sono sane e salve! Interrompi le ricerche e torna indietro!"
Dopo mezz'ora me lo vedo rientrare. Stanco, sudato ma col sorriso.
Ritorniamo su di sopra da mia figlia. La mettiamo al corrente delle novità e concordiamo, vista l'assenza di carica-batterie per i nostri cellulari, di tenerli accesi a rotazione per avere maggior autonomia.
E' ormai buio. Credo siano le 21.45. Cerco di riposarmi. Mi tolgo le scarpe e mi sdraio con i miei figli ma non c'è verso di prendere sonno.
Decido di andare di nuovo giù a recuperare una bottiglia d'acqua stavolta fresca se non ghiacciata. Fa caldo anche se la notte è iniziata.
Scendendo le scale della scuola mi viene una idea: se tutte le vie terrestri sono bloccate chi mi impedisce di noleggiare una barca od un motoscafo per rientrare subito a Peschici?
Noto che nella strada della scuola c'è una agenzia di viaggi. Entro, spiego il mio problema e le due (bellissime) ragazze dietro al bancone mi dicono che non è possibile a quest'ora fare alcunchè. Tutto è bloccato.
Ma prendono a cuore il mio caso e cominciano a telefonare a destra e sinistra (Comune di Peschici, Vigili Urbani di Peschici, Pompieri, Carabinieri, scuole di Peschici) per cercare di aiutarmi.
Tutto inutile: linee intasate, telefoni che squillano senza risposta o fax che sostituiscono i loro odiosi sibili a quelli di voci umane assenti.
Le ringrazio e vedo nei loro occhi una profonda solidarietà ed impotenza.
Parto alla ricerca di un bancomat per fare "fondi" (domani chissà cosa accadrà: meglio essere preparati) e mi imbatto in un negozio di telefonia. WOW!!
Acquisto subito 2 caricabatterie per i nostri cell e noto come la vita notturna dei turisti stanziali di Vieste non sia stata minimamente turbata da quanto a pochi chilometri è accaduto e stia ancora accadendo.
Ritorno alla scuola dai ragazzi. Mostro loro le prede della mia scorribanda e provvediamo immediatamente a mettere sotto carica i telefonini, questi così bistrattati simboli del consumismo.
Finalmente mi sdraio sul pavimento duro e cerco di dormire.
I ragazzi sono già nelle braccia di morfeo. Io non ancora. Sono le 00.15 e continuo a pensare.
All'improvviso il mio cellulare comincia a suonare. Mi alzo di scatto e rispondo.
E' LEI!
Mia moglie è in un albergo a San Giovanni Rotondo (Hotel C7) e si è finalmente ricordata il numero del mio cell!
Sta bene (solo dopo mi sono reso conto delle sue diverse e ben più pesanti traversie) e mi implora di raggiungerla.
La rassicuro sul nostro stato di salute e lei mi rassicura del suo e quello della piccolina.
La bacio e chiudo il collegamento.
Mi fiondo giù per le scale e, trovato il comandante dei carabinieri che stava parlando con un addetto della protezione civile, lo informo di aver trovato mia moglie.
Vengo a sapere dalle sue parole che in comune (Vieste) proprio ora stanno decidendo per l'attivazione di un servizio di bus-navetta per il ricongiungimento dei parenti e mi invita a salire nel municipio per saperne di più.
Sulla scalinata di accesso al municipio, incrocio un vigile urbano che si fa carico del mio problema e mi porta con sè negli uffici di segreteria del comune (era in corso un vertice fra forze dell'ordine, protezione civile, sindaco e volontari) dove apprendo che il servizio di bus verrà attivato a breve.
Mi invitano a recuperare i figli ed attendere davanti all'ingresso della scuola perchè stanno arrivando appunto i pullman.
Recupero i ragazzi scuotendoli dal sonno. Raccogliamo le nostre misere reliquie e ci sediamo ai tavoli della pizzeria antistante la scuola in attesa.
Chiedo ad una ragazza che lavora lì la famigerata e dimenticata bottiglia d'acqua ghiacciata e quella, fermando il mio gesto teso ad estrarre il portafogli per il pagamento, lo rifiuta con un sorriso e mi dice: "No.. E' gratis.... per voi"
Non potrò mai dimenticare la dolcezza, la spontaneità, la sincerità e la semplicità di quel suo sguardo e di quel suo diniego.
Arriva il pullman militare e dopo qualche decina di minuti si parte per raccogliere nell'altra scuola chi come noi è destinato a San Giovanni Rotondo per il ricongiungimento parentale.
E' 01.20 e si parte per Mattinata, via Foresta Umbra, alla volta del paese di Padre Pio.
Arriviamo alle 04.05 al check point di San Giovanni. Io ed i ragazzi, informato il conducente dell'autobus che la nostra destinazione era l'Hoter C7, scendiamo e siamo accolti da una responsabile della protezione civile che, via cell, ci prenota una tri-letto nello stesso hotel.
Mentre attendiamo un taxi di volontari, veniamo vestiti con indumenti più consoni alla frescura della notte e quindi, caricati sul taxi che, sopraggiunto nel frattempo, ci conduce poi finalmente in l'hotel.
Nella hall ci registriamo. Chiediamo il numero della stanza di mia moglie e della piccolina e discretamente bussiamo alla loro porta.
Ci viene aperto e, nell'incredulità ed incredibilità della situazione, ci abbracciamo tutti insieme. Erano anni che non ci abbracciavamo così.
L'unica esclusa era la piccola che per fortuna dormiva, ma che la mattina dopo ci ha rivelato di averci sentito, di aver ascoltato il nostro incontro e, provata dalle emozioni ma ora appagata, di essersi abbandonata finalmente ad un sonno serenissimo.
Il giorno seguente abbiamo vagato nella hall dell'albergo in attesa di conoscere la nostra sorte dai funzionari delle protezione civile.
Ogni mezz'ora c'erano novità.
Sfamati e rivestiti (mia moglie girava nell'albergo con una magliettina da profugo e con una gonna ricavata dal telo di una tovaglia da tavolo) alle 19.00 siamo stati informati che tutti potevano tornare alle loro località di villeggiatura tranne coloro che soggiornavano nella Baia di San Nicola.
I comunicati e le indicazioni ufficiali di carabinieri, protezione civile e vigili del fuoco, davano per COMPLETAMENTE DISTRUTTA la Baia di San Nicola dove NULLA SI ERA SALVATO e dove ERA INUTILE RITORNARE.
(per coloro che avessero comunque deciso di ritornare nella Baia di San Nicola non veniva garantita assistenza da parte dei Carabinieri ed avrebbero dovuto cavarsela da soli od appellarsi alla protezione civile).
Convinti di ciò e sentite anche le testimonianze di alcuni che nella Baia di San Nicola c'erano ritornati con mezzi di fortuna e che confermavano la totale distruzione, abbiamo deciso di essere "rimpatriati" col treno della protezione civile in partenza alle 22,27 da Foggia. Tutto era perduto tranne le nostre vite: era abbastanza.
Alle 09.25 del giorno seguente eravamo finalmente a casa. Stanchi, distrutti, provati, ma tutto sommato felici.
PARTE SECONDA
Sembrava finita. Ma non lo era.
Alle 19.25 del 28 luglio squilla il cellulare di mia figlia: era la signora che avevamo conosciuto sulla motonave. Quella a cui avevamo concesso di telefonare al marito.
Claudia (questo è il suo nome) mi dice "Ciao.. sono io.. ti ricordi? Noi siamo stati fortunati e abbiamo potuto rientrare nel nostro residence vicino al vostro campeggio. Stamani io e mio marito per curiosità abbiamo visitato il Centro Turistico San Nicola. Sai lo hanno fatto vedere tante volte in televisione! Passeggiando fra tante rovine abbiamo notato un camper con questa targa XXXXXXXX ed abbiamo fatto alcune fotografie perchè non è andato distrutto. Credi che possa essere il vostro?"
MIRACOLO!!!!!!
La targa corrisponde ed anche dalle foto: E' LUI!!!!!!!
Per mia moglie si è riaperta una ferita ed è scoppiata a piangere di nuovo. Per me una speranza.
Comunque domani parto di nuovo, in macchina accompagnato da un amico, per vedere se riesco a recuperarlo o per lo meno a riportare a casa quei "quattro stracci" di una vacanza..... comunque INDIMENTICABILE.
PARTE TERZA
Partenza da casa alle 19.35 del 2 agosto 2007.
Il mio amico fraterno, Antonio (detto anche "Il grigio da Barrichello") (il nomignolo gliel'ho appioppato io in sede di gita fuori porta con altri amici alla volta della Toscana per il suo modo caparbio e sicuro di guidare ad alta velocità), arriva sotto casa mia con la sua auto ed a colpi di clacson mi invita a scendere.
Siamo in ritardo sulla (sua) tabella di marcia.
Prendo commiato dalla famiglia. Baci, raccomandazioni e battute scaramantico-propiziatorie e si parte (la via del mio quartiere sembra una banchina del porto negli anni 30 alla partenza del piroscafo di emigranti per New York. Mancano sol quelli che agitano i fazzolettini bianchi).
Prima sosta (di rito) al Bauli di Verona: caffè, coca cola e red-bull.(la caffeina si sente appena appena?)
Seconda sosta a Faenza. Pizza, panini e....caffeina nelle diverse forme.
Terza sosta alle "Torri Fantine" (ultimo autogrill prima della nostra uscita di Poggio Imperiale).
Sono le 02.25. Abbiamo percorso circa 750Km senza intoppi e chiaccherando amabimente della nostra vita. Passato, presente ed anche del futuro. Erano anni che non lo facevamo.
Parcheggiamo l'auto e ci abbandoniamo stanchi sui sedili reclinati della macchina.
Borbottando le ultime frasi sconnesse ci addormentiamo come due pupi.
Alle 05.35 mi sveglio e chiamo il mio compagno di viaggio:"Psss..sei sveglio?"..
Non lo era... e me ne accorgo dal grugnito con cui mi risponde.
Si riparte. Usciamo dall'autostrada ed imbocchiamo la SS Garganica.
Un'ora dopo siamo all'interno del Centro Turistico San Nicola di Peschici.. o, per lo meno, quello che ne rimane.
Tutto ciò che 15 giorni fa era festa, vacanza, sole, mare, ora ci si presenta come silenzio.
Un desolato silenzio che vola fra pini e rocce nere pietrificate dal fuoco.
Percorriamo la strada che dal bureau porta alla spiaggia. Più ci avviciniamo al mare e più vediamo la devastazione che l'incendio ha seminato. Sono trascorsi solo pochi giorni da quell'evento e quindi già l'uomo, le forze dell'ordine ed i soccorsi, hanno sgombrato le macerie e gli scheletri della catastrofe. Ma qui e là rimangono ancora delle testimonianze.
Dei fili da cui penzolano costumi da bagno cristallizzati dal fuoco nella plastica di cui sono composti. Alcune tende da campeggio intonse. Stoviglie ancora piene di cibo aggredito dalle formiche. Alberi carbonizzati da cui pendono sacche-doccia sventrate. Bombole di gas annerite ed inesplose qui.. e là invece un grosso albero schiantato nel mezzo da un proiettile. E' ben visibile il foro nettamente circolare che lo ha spezzato in due (una bombola è esplosa nelle sue vicinanze).
Arriviamo in fondo. In prossimità del Bar Pegaso (barettino sulla spiaggia) e sulla destra ci appare uno spettacolo ancor più desolante.
Il "lungo mare" dove erano posizionati campers, roulottes e tende è ora uno spiazzo spettrale nero dove ora pochi alberi anneriti sembrano esseri umani, con le mani alzate, bruciati nell'atto di una resa... inascoltati.
Un paesaggio di morte sul cui sfondo, placido ed eterno, sorride l'azzurro del mare e di un cielo che sembra dire: "è accaduto! Ma non ci potevo far nulla".
Sebbene siamo in agosto, sebbene il sole sia caldo ed i colori dell'aria siano ancora vividi, sembra tutto un inverno. Sembra tutto irreale e contraddittorio.
Troppa luce per quegli scheletri.
Vediamo il mio camper. Ci avviciniamo in religioso silenzio accompagnati solo dal rumore dei nostri passi fra quella cenere e dallo sciabordare delle onde che si uniscono al rumore dei nostri respiri.
Il lato destro del camper è deformato dal calore che probabilmente strisciando rasoterra lo ha avvampato dal basso. Distrutta la fanaleria anteriore. Bruciato il tendalino laterale la cui struttura metallica non ha retto e, schiantandosi al suolo, ha divelto i cardini di appoggio della parete laterale, aprendo la fiancata come una scatoletta di sardine.
Le gomme posteriori sono intatte, ma quelle anteriori presentano bruciature e bozzi raggrumati di calore.
Gli oblò laterali sono deformati ed esplosi verso l'esterno. Le guarnizioni carbonizzate. La stuoia mangiata, per metà dal fuoco e nugoli di formiche fanno la spola per l'interno. Nel frigorifero c'era del cibo.
Decido di aprire la porta che chiusi con tanta premura.
Mi sembra un rito ed un'operazione solenne. Quasi come la riesumazione di un corpo da una tomba. Quasi come l'apertura di una piramide. Desideroso di conoscere, ma timoroso della maledizione del faraone.
Giro la serratura ed apro! Lo faccio di scatto e quel braccio metallico che una volta sorreggeva il tendalino, dapprima si inalza spinto dalla parte superiore della porta, ma poi, mancandogli l'appoggio (a porta spalancata) si abbatte, secco, sulla mia testa.
Vacillo ed impreco. Mi do forza ma quasi svengo.
Antonio mi sorregge..mi siedo, respiro e guardo nell'antro dinnanzi a me spalancato.
La tomba è aperta e....fra la fuliggine che si dirada vedo che tutto è in ordine.
Tutto ricoperto di polvere, come a Pompei, ma tutto lì nello stesso posto e modo in cui lo avevamo lasciato.
Tristezza, malinconia e felicità si mescolano. Arriva anche l'euforia ed il dolore alla testa scompare.
Cominciamo con Antonio l'inventario delle "cose" che sono recuperabili. Comincia la cernita delle reliquie che possono continuare a vivere con noi.
Riempiamo qualche sacco che stiviamo nell'autovettura con cui siamo arrivati.
Aggirandoci sul perimetro della piazzola, ci rendiamo conto che il camper non è in grado di viaggiare per oltre 800Km per essere riportato a casa. Troppi danni (riparabili sicuramente ma troppo costosi per il valore di quell'automezzo) troppo rischio per me che lo devo guidare.
Decido quindi che la sua vita, quella che ci ha accompagnato per mezza Italia negli ultimi 23 anni, è destinata a finire qui. Mi rendo conto che parlare di eutanasia quando il moribondo è un autoveicolo può sembrare ridicolo, ma qui dentro, in questo mezzo c'è un pezzo di me stesso e non è facile decidere di amputarlo dalla mia anima.
Mi abbandono alla sorte..codardo e vigliacco decido di far decidere al destino la sua sorte con una prova diabolica.
Infilo le chiavi nel cruscotto e mi dico "se non parte è perchè è definitivamente morto...e così lo faccio rottamare".
Attivo il quadro. Le spie si accendono tutte (dannazione.. sembrano che mi sorridano!)...
Tiro la leva del riscaldamento delle candelette e ne osservo, sul quadro, la lucetta sperando rimanga spenta.
No! Si accende e, come al solito, dopo qualche secondo si spegne (dannazione è normale pure questo).
Tiro il contatto per l'accensione e.......il motore si mette in moto.
Gira regolare e tranquillo. Risponde docile all'acceleratore senza sbuffi o singhiozzi. Senza fumo nè incertezze.
Il camper, una macchina, mi stava dicendo così che non voleva morire.
Ho tolto il contatto e lui si è zittito con un brivido. Lo stesso che percorso per un attimo la mia spina dorsale.
Sono uscito dall'abitacolo e mi sono seduto per terra con la testa fra le mani: avevo davanti un corpo moribondo il cui cuore batteva ancora.
A malincuore, soffrendo... ho deciso di ucciderlo.
L'ho consegnato a quelli della rottamazione con la morte nel cuore.
Antonio, scherzando, si è posto in raccogliemento davanti al camper e, per prendermi in giro o per sdrammatizzare la situazione, ha simulato una breve omelia con tanto di sommaria benedizione.
Lui non sa che una preghiera io l'ho detta...di nascosto.
Siamo ripartiti dal campeggio alle 09.26.
Destinazione:casa.
Con in macchina i famosi "quattro stracci" che pur di scarso valore economico, significavano per me e per la mia famiglia, il ritorno alla vita. Una vita normale fatta di "cose", fatta di "oggetti" in cui nasce, cresce e poi muore la vita di ogni essere umano.
Vestigie di esistenze che anche un camper può preservare da un incendio e restituire dopo la propria morte.






L'incendio visto dalla baia di Manacore The day after
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