Correva l'anno novecentesimo sessantesimo primo e da circa un lustro una grave carestia travagliava la penisola italica; le campagne erano aride, il bestiame smunto e malato: Le foreste erano rinsecchite ed i frutteti non offrivano altro che quattro Perucci miseri e bacati. Lo spettro della fame insieme a quello della morte aleggiava anche sul principato benacense del duca Roboertus Coccus II° da Brixia, principe di Treppalle, duca di Mazzaferrata, conte di Valmembrone e signore delle alte terre di Prugnasugosa e Valletumida.
Era oramai trascorso più di un mese da quando il duca Roboertus era tornato dalla massacrante e deludente campagna punitiva contro il potentato di Mazzoldia che, dopo un logorante assedio, stava per cadere in suo potere. Ma le milizie, stremate dai combattimenti sotto le mura e dalla carestia imperante, lo avevano abbandonato nel momento supremo della vittoria. Era, quindi, tornato, lacero e sanguinante, nel suo castello accompagnato dal suo fido compagno e consigliere, Silvellius, a cui lo legava una virile amicizia maturata già nella tenera età.
-"O mio sire" disse Silvellius entrando nella camera da letto del duca " non ho parole...dov'è, ditemi, dov'è quel cavaliere ch'io conosceva essere il terrore del Benaco ? Quel condottiero il cui coraggio e virtute sono noti a tutti li Bresciani ?"
Il duca, facendo capolino da sotto le disordinate coperte, lo guatò con occhio vinoso ed esalato un potente rutto si riecclissò nelle viscere del letto.
-"O mio sire" riprese Silvellius " non potete ridurvi ogni giorno in questo stato! Lo vino e li strapazzi vi condurranno brevemente alla tomba e lo vostro regno anderà inesorabilmente in rujna senza che, peraltro, vi sia un erede che continui la schiatta vostra."
Le coperte si mossero ed un peto prolungato interruppe il monologo del consigliere.
-"O mio sire" continuò Silvellius dopo essersi soffiato il naso nella tunica "il popolo ha bisogno di un duce che governi, che garantisca la justizia proprio ora che la carestia spinge gli animi alla sommossa ed all'anarchia. Riprendete possesso di voi stesso e seguitate a regnare come si addice ad un condottiero del vostro rango!"
D'improvviso si scoperchiò il giaciglio ed il duce, abbandonato l'amplesso delle braccia di una serva che giaceva ignuda sotto di lui, si catapultò fuori urlando. Barcollando si impadronì della spada e, brandendola minaccioso, si appropinquò a Silvellius.
-"Cosa vai cianciando, o servo d'armi e di vil pecunia? Cosa ne sai tu di come si governa e si conduce un regno ? E' forse la tua stirpe al pari della mia ? Sei forse tu un giovane rampollo generato dai nobili lombi di una regina ? Di quale virtù parli ? Di quella, forse, che infangai sotto le mura della puttana cittade ? Di quell'onore che mi fu tolto da quei militi che, della tua stessa razza, m'abbandonarono nel momento della mia conquista ? Come... come la madre amorosa e forte incita la prole ad essere paziente di mille affanni per un avvenire di gioie e prosperità, così io incitai i miei armati alla pugna, per l'ultimo trofeo. Quale ricompensa ne ottenni ? Quale premio mi fu attribuito ? Loro, quei figli di cani, considerarono il loro duce a guisa di una meretrice che simulando orgasmo accende i sensi del suo stallone per condurlo più brevemente al fine del suo lucro. Loro,invece, furono le meretrici che si scrollarono di dosso il peso di un guadagno che tardava ad arrivare! Ed ora tu, servo, mi parli di popolo in sommossa e di anarchia ? Di governi e... e di justizia ? Che marciscano nella loro nequizia e codardìa. Il mio regno è il mio castello. Che un sol villano osi oltrepassar il fossato e ne avrà ben d'onde d'assaggiar lo mio ferro fino all'elsa. Le mie cantine son fornite, le dispense ancora piene e, come vedi, di fanciulle di facili costumi per sollazzar lo regale arnese non ve n'è penuria!"
Silvellius, udito l'amaro sfogo, guadagnò l'uscita rinchiudendosi alle spalle la pesante porta.
-"Qui ci vuole qualcuno" pensò " che sia in grado di far breccia nell'animo dello mio signore. Che solletichi il suo amor proprio, sopito dai fumi della cocente delusione e dalli stravizi."
Ed avviatosi verso l'enorme salone delle armi urlò :
-" Spinus! Spinus....! Fate venire immantinentemente al mio cospetto il capitano Spinus!"
Un fragor d'armi e di grida si diffuse in tutto il palazzo e prima che Silvellius potesse accomodarsi sul suo scranno nella stanza Della Livella ecco che giunse, sferragliando, il capitano Spinus. Era egli un uomo di tozza corporatura. Gli occhi di ghiaccio, la chioma ispida e bionda, l'assenza di un seppur minimo villo su tutto il resto del corpo lo rendevano simile ad un essere freddo e senz'anima.
-"Capitano ! La situazione è grave. Il conte Roboertus si rifiuta di sentire ragione. Per questo ho intenzione di invocare l'auxilio di un principe amico. Procurate di inviare il più veloce dei vostri sottoposti alla corte del conte Boetius affinchè accetti una ambasceria da me capitanata. Che venga fatto al più presto! Correte... è un ordine!"
Spinus scattò e, di lì a breve, un corriere in sella ad un veloce destriero già si ecclissava al di là delle colline lasciandosi dietro uno scalpiccìo di zoccoli e nuvole di polvere.
Sul far della sera, Silvellius già coricato nel letto e con le coperte tirate fin sotto il naso, sentì il nitrito del baio che veniva ricondotto nelle stalle del maniero. Sapeva che il messo aveva compiuto la sua missione e pensando all’incontro dell’indomani con Boetius, lentamente s’abbandonò al sonno scivolando in un turbine di pensieri e di sogni che lo agitarono per tutta la notte.
Era una giornata limpida ed i riflessi argentei del lago disegnavano evanescenti ragnatele di luce sulle mura del maniero del conte Boetius IV° Egli, quel giorno, come oramai accadeva da anni, era immerso nella lettura dei testi classici che dalle pazienti mani di ignoti emanuensi Be(nede)ttini, attraverso mille peripezie, i suoi avi gli avevano tramandato insieme ad altre prede di guerra.
Il conte, rampollo di una antica famiglia celtica, duca di Ponteligneum, principe di Pappagorgia, signore dei Colli Esterolei, padrone delle Terre Aetilicae nonchè del Salaminato, sfogliava avidamente l'Anabasi di Senofonte, sollevando di tanto in tanto gli occhi al cielo quasi ad evocare quei fantasmi del passato. Rivedeva battaglie, conquiste, sconfitte, sublimi e caduchi apogei. Vagheggiava tutto questo per sè, per il suo regno e la sua gloria, ma la sua scarsa inclinazione alle armi faceva di lui più un filosofo che un conquistatore, rodendogli l'anima e rendendolo brutale nelle forme e nei modi.
D'improvviso fu distratto dai suoi pensieri dal vociare che proveniva dal giardino principale del castello. Si affacciò al balcone e con voce stentorea disse:
-"Che cazzo sta succedendo laggiù ? Chi è quel merdoso che osa turbare la quiete di questo fottuto paradiso ?"
Il capitano della guardia rivolgendo lo sguardo nella sua direzione, tremebondo, rispose :
-"O mio signore chiedo venia per il clamore che ha distratto lo vostro regale pensiero, ma il mio intendimento era quello di far desistere lo qui presente principe Silvellius dei Castelli Cale Piò dal disturbare la signoria vostra in un ora così delicata quale quella che segue il desinare meridiano."
-"Vaffanculo a tutti e due " rispose Boetius stizzito" oramai il danno è fatto ... fallo salire!"
E sbattendo le imposte della loggia si ritirò nel suo studio.
Silvellius, entrato nella stanza e genuflessosi cerimoniosamente, si rivolse al conte Boetius :
-"Eccellenza, pace e prosperità le augura il mio padrone a cui associo le mie più umili scuse per aver turbato, in un ora tanto inopportuna, il suo meritato riposo."
-"Bando alle ciance, principe, il vostro messaggero vi ha preceduto di poco, per cui ditemi subito quale immane rujna vi mena alla mia corte" tagliò corto Boetius che, fissandolo torvo negli occhi, col pollice frenetico cercava di raggiungere una reliquia di caccola su per la narice destra.
-"Ecco Eccellenza" riprese Silvellius" la mia visita è dovuta alla disgrazia che colpì il mio conte padrone. Il tradimento delle sue milizie lo ha prostrato talmente che il suo senno è emigrato sulla faccia nascosta della pallida luna, rendendolo indolente, svogliato e senza futuro. So bene che quelle vicende nefaste sono trapelate dalle mura del castello e corrono di bocca in bocca per cui anche la maestà vostra sarà già al corrente della dolorosa situazione che affligge Roboertus. Ma al di là della sofferenza personale che lo stato di scoramento del suddetto conte provoca in me, il mio animo è turbato dalle conseguenze politiche di una siffatta situazione. Infatti alcuni potentati stranieri potrebbero ritenere questo il momento opportuno per porre in atto scellerati tentativi di annessione del regno del mio signore sconvolgendo i precari equilibri esistenti e che da sempre garantiscono la pace e la serenità dei territori benacensi. Per questo, signore, vi chiedo di intercedere presso gli altri principi amici affinchè si venga ad una alleanza che scongiuri l'imminente disastro che incombe sulle nostre teste, non esclusa anche la vostra, o sire."
Boetius si alzò grave e, pensoso, si avviò verso la finestra della loggia. Un silenzio sacrale aveva avvolto la stanza. Le parole di quel devoto servitore suonavano nella mente del conte come un campanello d'allarme. Schiacciò la caccola, a lungo e finemente amalgamata, contro il muro e dopo aver soffocato un eruzione gassosa, simbolo dell'avvenuta digestione, sbottò:
-"O principe Silvellius, vi confesso che lo stato di abbrutimento del vostro signore non suscita in me la benchè minima emozione di pietà nè di compassione. E' la giusta punizione che tocca a tutti coloro che hanno dimostrato di avere i coglioni solo fra le tele delle alcove, dove solitamente il più degli uomini perdono il senno ed il rispetto di sè stessi fino ad identificarsi "in toto" con ciò che madre natura ha posto loro in mezzo alle cosce. Sono ben altre le risposte che ognun di noi è chiamato a dare in certe situazioni o, come si suol dire, a mostrare le palle. Ed il vostro signore mesi orsono ne ha mancata una preziosissima. Nonostante ciò, vi faccio credito del fatto che le vostre parole non sono del tutto infondate. Il vostro padrone, infatti, ebbe sempre un peso determinante nella bilancia politica di queste terre ed è innegabile che la sua virtù bellica e la spavalda arroganza ne fecero, per qualsiasi invasore, un temibile avversario. Condivido, quindi, le vostre preoccupazioni. La situazione, minacciosamente critica, potrebbe sbatterci tutti, da un momento all'altro, col culo per terra. Vi confesso di non sapere quali rimedi tentare e quanti favori potrò incontrare presso i principati circostanti, ma non temete mi prodigherò in tal senso. Ora andate e più non disperate, penserò a tutto io!"
Silvellius annuì con un cenno del capo e, salutando con un profondo inchino, si accomiatò.
Boetius, rimasto solo, meditò a lungo e, chiamato il mastro cuciniere, tale Caltabius il catanese, gli ordinò di disporre per la fine del mese un sontuoso banchetto in onore del principe Galeriuscalvus, suo fraterno amico, biografo nonchè limitaneo.
Quel giorno il principe Galeriuscalvus giunse alla corte di Boetius all'ora prima del meriggio accompagnato da un drappello di armati ed uno stuolo di cortigiane di cui, da tempo, amava circondarsi per sopperire, ahilui solo sessualmente, alle tormentose esigenze affettive.
Questo principe traeva le sue origini da umili natali. Il padre era Faber Maximus nel rione di S.Roccus Parvulus e la madre lavorava presso una conceria di pelli per alcuni mercanti pavesi. Valerius, questo era il suo nome, fin dalla tenera età aveva dimostrato una spiccata attitudine al potere tanto da meritarsi l'appellativo di "Capus". La sua pubertà la trascorse fra i vicoli e i campi ginnici dove amava cimentarsi nel gioco della "pallapiede". Giovinetto, si immerse nei lavacri della cultura classica e si innamorò di Platone. Ma durò poco. I lunghi balbettamenti amorosi, l'invereconde pulsioni materiali che spesso prendevano il sopravvento ed infine la chiamata alle armi lo ricondussero alla sua più consona natura cartesiana.
Fattosi le ossa nella bottega di un certo Barbius Administrator Maximus divenne ben presto perito nelle arti mercantili ed amministrative. La sua tenacia e caparbietà gli permisero la scalata sociale : da umile Gabellarius divenne prima Tributorum Pontifex e, quindi, Taxarum Magister per poi raggiungere la carica di Primus Administrator nel regno di Aboelardus IX, anche detto "Nonnus", che, sul letto di morte, essendo costui senza figli, lo fece erede dei suoi possedimenti comprese le terre di Pallalta, Cordenonbecco e le valli orientali di Guardachefimosis, comunemente conosciute come Valli Sfrenate.
Le mense erano state sontuosamente imbandite ed al centro della tavola più lunga sedeva, maestoso, Boetius che, all'ingresso del corteo, si alzò dicendo :
-" Benvenuto, o amico fraterno, il tuo avvento inonda di luce la mia umile dimora e riscalda il mio cuore. Appropinquati al mio desco e riposa le tue stanche chiappe sullo scranno accanto al mio. E voi, gentili baldracche, prendete assise nei posti adiacenti e libate con noi questo ultimo nettare delle mie vigne."
Galeriuscalvus, rivoltosi alle donne, annuì e, fissato Boetius, rispose :
-"O principe illustre, o perla di saggezza, sono lusingato di codesto apparecchiamento e della tua calorosa ospitalità, ma mi sfugge il motivo di siffatto convivio."
Boetius, con un gesto della mano, lo invitò ad avvicinarsi e, quando l'amico finalmente si fu seduto, bisbigliando gli disse :
-"Non ora... sii paziente ancora qualche istante e poi illuminerò la tua mente. Intanto anche tu delizia il palato e le viscere con questo dolce vinello delle mie Terre Aetilicae."
In quel momento l'araldo annunciò :
-"Il conte Alessio De Sinistris Fugaimenez Farus, duca di Ravasperduta di Chiodofisso, principe di Terronegona di Hispania e primate di Nientesessosoloteoria."
Boetius finì di tracannare rumorosamente il suo calice ed, aspersosi la bocca coll'avambraccio, esclamò :
-"O duca insigne, sii tu il benvenuto in questa umile magione. So che sei reduce da uno dei tuoi numerosi viaggi nelle terre caudine, ma apprezzo il tuo gesto che, nonostante la fatica, ti ha portato ad accettare il mio improvviso invito. Orsù poni anche tu le terga su di questi scranno e lenisci il tuo affaticamento col nettare delle mie viti."
Il conte Alessio, licenziato il suo scudiero, depose il copricapo piumato sulla testa di una serva e si avvicinò con passo regale al posto indicatogli.
Il conte De Sinistris era l'ultimo dei rampolli di una nobile famiglia spagnola che, occupate le terre del medio Volturno, ben presto era caduta in disgrazia. Costretto dalla necessità si era trasferito in territorio lombardo e, pur mantenendo il controllo dell'esiguo territorio di Ravasperduta di Chiodofisso, grazie anche al matrimonio politico con una contessa longobarda, era riuscito a ritrovare gli antichi fasti nel principato lacustre di S.Felice del Benaco. Egli aveva ricevuto una educazione spartana. Avvezzo alle intemperie ed alla fame non temeva le traversie della vita illudendosi di conoscerne ogni aspetto. Tuttavia la vita frugale l'esasperato idealismo inculcatogli prima dal padre e poi da alcuni pedagoghi classici lo avevano portato a credere ad un mondo irreale e forse avveniristico. Un irrefrenabile desiderio di materialità ed una schietta volontà di innalzamento spirituale ne facevano un personaggio contraddittorio e misterioso tanto che per i suoi irraggiungibili dogmi i più lo appellavano San Porco di Ravasperduta. E, forse, fu proprio per questo che i principi benacensi, nutrendo per lui una sorta di compatimento e bonaria benevolenza, gli offrirono l'amministrazione del piccolo podere di Nientesessosoloteoria, luogo ameno e sede di un convento di monache madri.
-"O mio duca" iniziò Alessio, rivolgendosi a Boetius " certamente è una cosa grave quella che vi spinse a sollecitare la mia presenza e quella del qui presente Galeriuscalvus che io saluto con divozione ed ossequio."
-"O etereo signore" rispose Boetius "come poc'anzi dicevo al principe a latere, Valerius, mi riservo di manifestarvi i motivi di questo consesso in un momento più opportuno. Infatti siamo in attesa degli altri nobili locali talchè il mio eloquio sia unico e non dispersivo."
Nuovamente l'araldo fece sentire la sua voce :
-"Il conte Nicolaus Fasserus, duca di Auresalatae e Nescioquareidfaciam, padrone di Medicecurateipsum e Magister Minor dell'academia di Suonavoilsaxcongliscouts. Fece, quindi, ingresso il duca Fasserus, dinoccolato e barbuto. Teneva fra le labbra una lunghissima pipa da cui scaturivano dense e mefitiche fumate giallastre il cui puzzo ben presto avvolse la stanza.
Nicolaus traeva i natali da un ceppo celtico. Montagnino trapiantato nella padania superiore, aveva sposato l'ideale bucolico della vita agreste. Si nutriva di cibi semplici e vestiva indumenti ruvidi, talvolta indecorosi per il suo rango. Cresciuto fra i monaci Boscaioli aveva frequentato l'accademia del Subtegminefagi per poi intraprendere gli studi specifici degli ordini superiori dei Magistri Cerusici. Uomo di poche parole, ma sobrio, Nicolaus portava con sè un alone di oscuro mistero che celava agli occhi di tutti il confine fra il genio e la demenza del suo "modus vivendi". Era enigmatico, discreto e, qualcuno sostiene, frequentatore d'alcove.
-"Ho avuto un presagio" disse Nicolaus "allorchè ho sentito nell'aere un qualcosa di nuovo. Lo stormir degli uccelli, il belar del mio gregge mi ha annunziato sciagure. O mio sire sbagliarono forse i miei sensi a predire il futuro ? O forse questo convivio è dovuto ad un ultimo addio per qualcuno che parte ?"
-"Siediti, o nobile sfinge, " proruppe Boetius" il sinedrio non è ancora completo. Dismetti quel lurido saio e, ti supplico, estingui quel fuoco di sterco che brucia in codesta fornace e ti masturba i polmoni. L'assise è quasi completa."
Mancavano, infatti, il principe Johannes Altopiottus di Titritoleossa, duca di Mespezzo Manunmepiego e signore di Ceronon Cero ed il conte Franciscus Equinii, duca di Albinusspallatu Sinecoitu, principe di Bossibossihurrà e padrone delle manifatture tessili di Vestoancorallamarinara.
Il ritardo non suscitava una grossa apprensione negli animi dei convenuti. Infatti il principe Johannes era già da alcuni mesi impegnato in lunghi pellegrinaggi ecumenici in quei luoghi ove ingiustizia, malcostume ed impudicizia regnavano sovrane. L'indole bonaria, l'agiatezza familiare, gli studi fra i chiostri benedettini, avevano maturato nel duca Altopiottus il desiderio di conoscenza dell'assoluto che perseguiva con religioso idealismo. Frequentò gli stessi pedagoghi del principe Fasserus e, come spesso accade in questi casi, studiò con passione le scienze esatte della matematica e della geometria convinto che in esse vi fosse la risposta per l'elevazione al mistero della perfezione unica e trina. Segretamente iscrittosi nella congrega degli Adoratori della Porziuncola e ottenuta la carica di gran Mogol, partì alla volta dell'Oriente al fine, come lui stesso scrisse in una delle tante missive al padre, di "edificare le mura materiali e spirituali della solidarietà umana presso coloro che ancora non sanno". Per qualche tempo scomparve nel nulla ed il suo ritorno fu considerato alla stregua di un miracolo tanto che molti, credendolo un fantasma, fuggirono terrorizzati. Solo più tardi i villici, suoi sudditi, ringraziarono Dio con cori festanti che solo a notte inoltrata cedettero il passo a religiose veglie di preghiera.
Anche il duca Franciscus era spesso irreperibile. Egli, infatti, aveva da poco intrapreso, con l'intransigenza e la teutonicità che da sempre gli erano state congeniali, la battaglia per l'affrancamento politico-economico e, pare anche culturale, dei territori benacensi dalle continue invasioni di torme di derelitti delle Tribù Terroniche che, migrando da regni più poveri, riteneva costituire una seria minaccia per le indigene etnie rurali lombarde. Molte persone che lo conobbero affermarono che, fin dalla più tenera età, Franciscus fu un tenace idealista. La sua asetticità e freddezza unite all'aspetto fisico, non prestante anzi femmineo, palesarono in lui un'inquietante propensione all'efficentismo. Spesso in contrasto con i suoi pedagoghi e parimenti tollerato dai compagni di studi, continuò stoicamente a vivere nel suo mondo di rigoroso pragmatismo da cui era bandita ogni passione umana. Condivise con Johannes gli studi dei Principia Mathematica da cui però trasse insegnamenti più laici. Tolemaico convinto, insofferente a qualsiasi compromesso, fece del sillogismo il suo più temibile strumento dialettico.
-"Illustri convenuti, principi eccellentissimi" iniziò Boetius alzandosi in piedi ed aggiustandosi le pudenda con un collaudato sincronismo sussultorio della mano e della gamba sinistra, invisibilmemente sollevata sotto l'enorme tunica scarlatta : "vi ho qui convocato per farvi partecipi di una situazione tanto grave quanto pericolosa. I nostri regni e le nostre stesse vite sono in pericolo e la colpa di tutto ciò è da imputarsi alla dissennatezza ed all'egoismo di un principe la cui mente è stata oscurata da una cocente delusione. Come già saprete il principe Coccus vive oramai fra le braccia di Bacco e quelle di Venere alla ricerca dell'obblio. Egli ha rinnegato gli amici, rinunciato all'amore del suo popolo e gettato alle ortiche il suo passato di valente condottiero, barattando la sua virtute ed intelligenza con qualche caduco e demoniaco attimo di godimento materiale. Oh..sia ben chiaro che non intendo ergermi a curatore del suo fisico o giudicare la sua moralità. Nè sono qui a negare le lusinghe delle sublimi estasi che si celano nei talami o nelle botti, materni ricettacoli di questo nettare divino" e così dicendo impugnò la brocca che gli stava dinnanzi e ne assunse il contenuto tanto repentinamente che parte di esso traboccò dalle sue gote inondando la cespugliosa barba.
-"Ma.." riprese ruttando" quando un tale atteggiamento ha come scopo l'annullamento di sè stessi fino all'abdicazione della ragione a favore del nulla ed al disconoscimento di ogni umano sodalizio, ebbene signori io m'incazzo !! Si signori, i miei sensi si stravolgono, e mi si incazzano fino i capelli!!"
-"O egregio ospite" interruppe Galeriuscalvus" comprendo il motivo del tuo profondo eccitamento, ma voglio richiamare alla tua mente che l'atteggiamento del principe in questione non è del tutto nuovo e già in passato avemmo modo di dubitare della sua svogliata partecipazione al nostro sodalizio."
-"Certo, o amico" riprese Boetius "l'arroganza del nostro vicino è cosa palese, ma non è questo il punto."
-"E qual'è il rovello che ti attanaglia la mente e ti rode l'animo ?" intervenne Fasserus.
-"E' presto detto, o egregi" rispose Boetius che, apprestandosi a continuare, tracannò l'ultimo quarto di vino rimasto nella brocca.
-"Abbiamo peccato di 'ubris', compagni. Abbiamo fin'ora vissuto da immortali, godendo della nostra gioventù senza freni. Ed ora ritengo sia venuta la resa dei conti. Il fio che dobbiamo pagare per la spensieratezza e per l' arrogante presunzione della nostra vita, non adduce nuovi lutti alla nostre famiglie, ma colpisce direttamente le nostre anime. Il destino avrebbe potuto privarci, con la morte, dell'amicizia del conte Roboertus, ma ciò dopo un immediato ed immenso dolore, nel tempo si sarebbe mutato in un dolce ricordo ed avrebbe fortificato la nostra amicizia. Più beffarda è la pena da espiare!!! Soffrire la perdita di un affetto vedendolo giorno per giorno imputridire nei vizi e, non potendo deviare lo sguardo, assistere allo scempio ed alla profanazione dei nostri sentimenti, che abbiamo sempre ritenuto essere incorruttibili.
Ora però, amici, non c'è tempo di ricostruire questi legami, dobbiamo pensare al presente. Ritengo si debba tentare un'ultima riconciliazione ed allestire al più presto le difese per l'imminente attacco. Le continue rapine, stupri e saccheggi gratuitamente perpetrati dal nostro vicino a danno dei Bestiarii e delle amazzoni delle terre di Mazzoldia hanno maturato i tempi dell'assalto al principato di Treppalle che, privo della guida del suo sovrano, offre inconsapevolmente i lombi alla loro sodomitica vendetta. E così anche le nostre terga, ultimo blasone incorrotto della nostra nobiltà."
-"O principe " intervenne De Sinistris" queste sono solo congetture. Il popolo dei Bestiarii come quello di Mazzoldia, come testè da voi stesso affermato, è imbelle e prevalentemente composto da femmine sicuramente avvenenti, ma poco inclini alla virile pugna. Cosa mai potremmo temere ?"
-"Illustre De Svampitis "riprese Boetius" voi sottovalutate la ferale forza delle Amazzoni !"
-"E' vero "s'intromise Galeriuscalvus" sarebbe un grave errore ritenere di poco conto un siffatto esercito. Io stesso fui più volte battuto dai glutei sodi di una vergine più che dal ferro di un mirmillone !"
-"Orsù, signore " riprese Alessio abbozzando un maligno sorrisetto" non anteponete le vostre debolezze per le femminee forme a sostegno di una causa che nulla ha a che vedere con ciò che vi balla nelle seriche mutande !"
-"Principe Alessio !!!" tuonò Galeriuscalvus" non vi permetto nè il tono nè la bassa insinuazione. Frenate la vostra lingua altrimenti sarò costretto a mostrarvi quanto io sia abile anche con la spada!!"
-"Signori!! Signori.!!" interruppe Boetius stringendo l'avambraccio di Valerius la cui mano era già corsa ad impugnare l'arma "a nulla serve il vostro alterco. E' questo il momento meno opportuno per attizzare dissidi e lotte interne. Rinfoderate l'orgoglio ed il sarcasmo e riconducetevi alla ragione."
Un tonfo sordo riecheggiò nella stanza. La porta del salone si era spalancata facendo apparire il principe Johannes che sorreggeva, cingendolo in vita, il duca Franciscus, lacero tumefatto e profondamente spossato.
-"Principi amici!" urlò Boetius correndo loro incontro " cosa vi è successo? Parlate!!"
-"O sire.." balbettò Johannes " un'indicibile rujna ci colse" e riprendendo fiato continuò:"un'imboscata, una vile e temenda imboscata."
Subito i presenti prestarono soccorso ai due nuovi venuti. Li fecero sedere e li abbeverarono. Con un cenno Boetius invitò le cortigiane a portare conforto ai due sventurati.
-"Aita...aita..." trasecolò Franciscus " accor'uomo.. accor'uomo... Levatemi di torno queste baldracche, fugate lungi da me queste figlie del demonio!!" sbracciandosi con tale veemenza che la favorita del duca Galeriuscalvus, certa Mohanaherostarr, fu scaraventata fra le braccia, caste ma fondamentalmente compiacenti, del duca Alessio.
-"Deh.. o principi, parlate!! Qual'è la causa del vostro stato?" insistette Nicolaus, implorante. Johannes, confortato dalla stretta del vecchio amico e compagno di gioventù, gli si strinse al petto e, singhiozzando, disse:
-"Eravamo sul sentiero che mena a questo castello e con il conte Franciscus si dialogava circa il motivo di questo consesso, quando, all'improvviso, in una radura, siamo stati assaliti da un branco di femmine indiavolate. Mio Dio.. una cosa terribile a dirsi! Siamo stati sopraffatti e...,liberati dei nostri indumenti virili e legati sul fondo dei carri, siamo stati inverecondamente posseduti da quelle donne. Ne ho contate ventisette, ma molte di più hanno abusato di Franciscus!" Johannes si interruppe per soffiarsi il naso nella tunica dell'amico e poi riprese:
-"E' stata sicuramente opera del diavolo perchè le nostre membra, dopo ogni lussurioso assalto, tornavano a risollevarsi. La nostra anima cercava disperato aiuto, ma il nostro corpo, preda di Satana, rispondeva ANCORA!! Che scorno.. che umiliazione..!!"
-"Che rujna... che rujna..." gli fece eco Franciscus nascondendo il viso fra le palme delle mani "io.. io non sapeva esserci tanto foco nelle viscere di una donna, nè tanta irruenza in quei corpi così fragili e torniti" e rivolgendo gli occhi supplici ed arrossati verso i presenti, vaneggiando, continuava:
-"Ridatemi ciò che mi fu tolto così brutalmente, cercate il simbolo della mia virilità..Quel tenero virgulto reciso ed abbandonato, quel purpureo apostrofo ch'io non credea esser così importante nella grammatica dell'amore!"
-"Orsù, conte" interruppe Boetius" più non disperate. Nulla vi fu tolto. Dalle vostre vesti, lacere, traspare un evidenza che ogni dubbio fuga: siete ancora come vi fece vostra madre!"
-"E' vero" intervenne Alessio" nulla manca"
-"Convincetevi Franciscus" ribadì Galeriuscalvus" gli amici non mentono. La vostra virilità è un po' sgualcita e ripugnantemente floscia, ma nulla di irreparabile credo.. o sbaglio dottor Fasserus?"
-"A prima vista" rispose Nicolaus che, abbandonato l'abbraccio dell'amico Altopiottus ed assunta un'aria professionale, si avvicinò a Franciscus "è possibile diagnosticare la tipica sintomatologia dell''Extracoitusnunquaminterruptus' e della 'Pollutiosicutflumen'. Tuttavia, con i dati anamnestici in nostro possesso, vista la morigeratezza dei costumi del soggetto e considerata la forte fibra cardiaca e neurovegetativa, riteniamo che fisicamente il conte Franciscus possa recuperare in breve la 'valentia' di cui 'antea'. Anche se non ci sentiamo di escludere delle future difficoltà psichiche al recupero della piena 'Potentia Cogitandi et Coeundi."
-"Che cazzo ha detto costui?" sussurrò Boetius a Galeriuscalvus che prontamente rispose:
-"Credo che volesse dire che il conte è molto provato e si riprenderà presto, ma probabilmente rimarrà un po' rincoglionito."
SEGUE........